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Recensione a cura di Giuseppe Visco

Uscito il 2 dicembre, Occhi (Infecta Suoni&Affini/ADA Music Italy) è il terzo album di Martino Adriani.

L’album è un susseguirsi di pianeti diversi, che si susseguono e si danno il cinque. L’esordio con Amico Gorilla è il sunto di una società in cui è tutto variabile e in cui “un giorno ritornerai, così conclude la mia mail, che ora leggi da Mumbai”. Una società liquida, dove le circostanze diventano bottiglia, bicchiere, e il vivere quotidiano è il liquido che prende forma in base a quello che la contiene. Occhi è un percorso di vita, fatto di amore, di rotture, di amicizie, di delusioni, di viaggi disorganizzati – per dirla alla Vasco Brondi al secolo Le Luci Della Centrale Elettrica.

 

 

L’artista campano – che ha all’attivo un numero importante di live in Italia e che ha aperto concerti a artisti del calibro di Giorgio Canali, Diaframma, Giorgio poi e vari altri – ha parlato del suo album dicendo:

 «In questo album ci sono occhi pieni di bombe di un amico incompreso, occhi che si incontrano, si innamorano e poi si allontanano. Occhi sinceri di una madre, occhi che sorridono ma nascondono affanni. Occhi di un viaggio che passa per Mumbai e per l’Inghilterra, che attraversa l’Italia, da Napoli a Venezia, ma non scorda i paesi di provincia, quelli delle radici. Un viaggio che si conclude in uno sguardo, quello della persona amata, la Venere che riesce a regalarci quiete».

 

Nel 1950 Pavese pubblicava La luna e i falò in cui sottolineava l’importanza di avere delle radici, dei valori che indipendentemente dal cammino e dal percorso, restano salde: il luogo dell’anima.

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Mi piace pensare che Adriani abbia ripreso quanto espresso da Pavese e parafrasato in chiave moderna:

“Ma che ne sa quel ridicolo della mia vita sempre in bilico, ma che sa quel pagliaccio di quando rido ma in fondo mi sento uno straccio. Io non riesco a star lontano dai miei posti”.