Honey tips in pills – S1-E01: Damn Good Coffee

Mi chiamo Elisa (anche se nella maggior parte dei casi utilizzo il mio pseudonimo Bee) e queste sono le pagine del mio diario.
Ogni 5 del mese (per ora) uscirà un mio articolo, dove parlerò…
Beh, se vuoi scoprirlo non ti resta che leggermi.

 

Illustrazione di Elisa Trapuzzano


Damn Good Coffee
  (Storia di un seminario) a cura di Elisa Trapuzzano

Dal Diario di B
17 giorni fa

Era un tranquillo martedì sera, avevo da poco pubblicato sui social un’illustrazione dedicata a Lynch, visto che era il suo compleanno, e stavo per scendere in cucina… quando mi arriva un messaggio da parte di Sonia: “Ti andrebbe di fare un seminario dedicato a Lynch?”
Ecco, avete presente il giochino della scimmietta che batte i piatti? Quella è la forma del mio panico.
Mi prendo una notte per pensarci su e il mattino seguente scrivo a Sonia dicendole che accetto di collaborare al seminario.

 

I giorni a seguire
Faccio una Cherry Pie (ma con la marmellata di Arance), cerco di riguardare l’intera filmografia prendendo appunti su ogni singolo frame, faccio una selezione dei film di cui voglio parlare, il tempo non mi basta, rileggo libri, recensioni, articoli, i miei appunti, stresso i miei amici/familiari e animali domestici con aneddoti o con cose che potrebbero risultare utili per il seminario, parlo da sola, divento un tutt’uno con la caffeina, provo il mio discorso davanti allo specchio ma scoppio a ridere e abbandono l’idea di fare le prove, i giorni passano troppo in fretta, scelgo cosa indossare il giorno del seminario ossia un vestito rosso simile a quello che indossa Lil (ma senza la rosa blu), preparo l’illustrazione per la locandina, piango durante la visione di “Eraserhead”, piango durante la visione di “The Grandmother”, mi rilasso con il “Weather Report” e siamo finalmente giunti al giorno prima dell’evento, stilo la scaletta: 5 punti, l’inizio.

 

1 Febbraio 2021 11am

Se è vero che l’emozione non ha voce, purtroppo devo dire che la mia si fa sentire forte e chiaro, regalandomi per circa due ore un tono di voce vibrato.
Ma partendo dall’inizio, dopo le varie presentazioni, ci addentriamo nel mondo “Lynchiano”.
Le opere di Lynch possono essere paragonate ad un processo di stratificazione, seppur diverse tendono a concatenarsi l’una con l’altra. Ogni film è come un tassello di un puzzle grande quasi come l’universo e non sempre è facile poter ricomporre tutti i pezzi. A volte servono svariati Rewatch per trovare un senso, una continua analisi sugli elementi caratterizzanti della cinematografia lynchiana.

Illustrazione di Elisa Trapuzzano

“Lynch mette in mostra le ossessioni tipiche della sua mente, lampade funzionanti o difettose, stanza d’albergo, arredamenti classici ed eleganti, vecchi giradischi, tende e oscuri corridoi dove la gente compare e scompare, in un buio senza fine, in una strada senza uscita. La recitazione è alienata, gli attori sono manichini sotto ipnosi.
Infine la paura. Paura che viene dall’ordinario, paura che riflette la nostra immagine… la nostra metà oscura1.”
I personaggi quasi sempre irrisolti, vaganti, senza metà/scopo o almeno così sembra, ma si sa in Lynch le cose “non sono quello che sembrano”; personaggi sempre in bilico tra il bene e il male, black o white lodge, tra reale e surreale (o patafisico, suggerito in un prezioso intervento durante il seminario).

Illustrazione di Elisa Trapuzzano

Personaggi che dialogano tra di loro, spesso in modo disconnesso ma è solo apparenza, ogni singola “cosa” forma sempre un quadro più ampio.
Personaggi che sbucano dal nulla o che sono stati sempre presenti, magari in un angolino nascosto dell’inquadratura. Il tutto con una sensazione costante, una sorta di elemento esterno che controlla le vite dei personaggi, o da il via come un po’ come succede al tipografo Henry Spencer, fa la sua comparsa dal nulla in una fredda e nebbiosa realtà, e prima di proseguire per la sua direzione si guarda dietro, di riflesso, titubante sul fatto se quello sia concretamente un presente o la proiezione di un ricordo inconscio, cancellato.

Illustrazione di Elisa Trapuzzano

Tra una risata e l’altra e dopo un paio di domande, come da scaletta analizziamo le slide preparate: il bianco e nero (altro elemento costante) grumoso, materico ed esasperato, in cui in alcuni casi brucia totalmente il bianco e in altri c’è la totale assenza del nero; dei cromatismi ripetuti in ogni film, perché nessun colore è lasciato al caso, ognuno sta a simboleggiare qualcosa, come il rosso, carico e prepotente quasi ad occupare tutta la scena diventando il protagonista assoluto, o come il giallo ocra, l’ignoto, il paranormale, la visione di un futuro/passato mondo parallelo o l’inizio di un “problema”; le trame del pavimento rigorosamente a scacchi o a zig zag; i suoni cupi e sperimentali utilizzati in modo da “accedere” ossia parte in un’inquadratura e termina in quella successiva oppure a “ridurre”, terminando bruscamente a metà, lasciandoti con un senso di sospensione.

Illustrazione di Elisa Trapuzzano

Arriva il momento della visione dei cortometraggi: Six Figures Getting, il primo lavoro di Lynch, il primo sogno (o il primo incubo), un’esperienza visiva e sonora, ripetuta a loop, di un suo quadro in cui i soggetti sono sei figure che si ammalano, tenendosi a rotazione la testa l’un l’altro e terminando con un rigurgito collettivo.

Successivamente, per 15 minuti, visioniamo “The Grandmother”, uno dei primi lavori di Lynch, una combinazione di animazione in stop motion e riprese dal vero, priva di colore: nero per le stanze, bianco per i volti e quei pochi toni che si
intravedono rimandano tutto allo spettro del rosso. Una trama cupa, di un ragazzino che vive un continuo rapporto conflittuale e oppressivo con i genitori, raffigurati come degli animali, e sogna di poter “ricreare” la nonna, l’unico affetto stabile,
annaffiando un baccello sul letto.

L’elemento “Famiglia” è un’altra costante della filmografia di Lynch, come lo sono anche le scene dedicate al pranzo o alle cene; famiglie non proprio alla mulino bianco, e gli abitanti che popolano le varie cittadine non sono buone d’animo come lo potrebbero essere gli abitanti di Stars Hollow, ogni abitante nasconde una perversione e conseguentemente ogni famiglia nasconde sempre un segreto.
Come nella settimana precedente, anche la durata del seminario è passata velocemente e in men che non si dica mi ritrovo ora a trascrivere sul mio diario la giornata di oggi, facendo un rewatch di ogni singola scena di ciò che ho appena vissuto.

1 David Lynch, il tempo del viaggio e del sogno – Valerio Monacò, pag.37

 

Honey Tips in Pills

B1. Libri
Jennifer Lynch – Il diario Segreto di Laura Palmer
Mark Frost – Le vite segrete di Twin Peaks
Matteo Marino – I segreti di David Lynch
Roberto Manzocco – Twin Peaks, David Lynch e la sua filosofia
Valerio Monacò – David Lynch: Il tempo del Viaggio e del Sogno

B2. Musica
Chromatics – Shadow

 

B3 Games
Rusty Lake