[SINESTESIA] AISHA

Rubrica a cura di Nicola Simeone

La notizia del ritorno di Silvia Romano in Italia dopo 18 mesi di prigionia ha, per una settimana o più, interrotto la narrazione mono-tematica sul virus.
Arrivo a Ciampino, ad accoglierla c’erano Conte e Di Maio, oltre ovviamente alla sua famiglia: “Sto bene sia mentalmente che fisicamente”, le prime parole, poi baci e abbracci.
Una grande operazione portata a termine dall’intelligence italiana, finalmente una buona notizia, no?

 

See the nation through the people’s eyes

Guarda la nazione attraverso gli occhi della gente

See tears that flow like rivers from the skies

Guarda le lacrime che cadono come fiumi dai cieli

And where it seems there are only border-lines

Dove sembra che ci siano solo frontiere

Where others turn and sigh

Dove altri si voltano e sospirano

C’era un grande piccolo particolare che stonava.
Silvia indossava un abito detto jilbab, tipicamente islamico.
Anzi Silvia non era più tale, era Aisha.
Succede l’impensabile (o forse no?). Parte il circo dei social, quello più ignorante e becero.
Vengono vomitati gli insulti più pesanti contro una povera ragazza prigioniera di terroristi chissà dove per 18 mesi (da gente che se la sarebbe fatta nelle mutande 2 minuti dopo) per un semplice motivo: non era tornata come tutti immaginavano o avrebbero voluto. Come? Magari jeans corti e maglietta, avvolta in un grosso bandierone tricolore, pronta a riempire i saloni delle Tv demonizzando non solo il terrorismo, ma l’Islam in quanto religione e cultura. Aizzando finalmente, nuovamente, l’opinione pubblica contro il “diverso”. Ma non è stato così.
Silvia/Aisha non ha subito violenza, si è convertita, legittimissimo per un paese come il nostro con libertà di culto (e il perché saranno anche ca**i suoi), e si è ritirata in silenzio tra le mura di casa. E se lo Stato abbia pagato un riscatto per permetterlo sono ben felice di sapere che, nel caso in cui mi succedesse qualcosa di spiacevole all’estero, ho qualcuno alle spalle a coprirmi.
Tutto quell’odio che si è ritrovata addosso, suo malgrado, ha portato ad atti di vandalismo contro la sua finestra e ha costretto le forze dell’ordine ad innalzare la sorveglianza nei pressi della sua abitazione: l’ignoranza che valica la libertà personale.
Aldilà della feccia che si trova sui social, però, fa specie che a dire le cose più vomitevoli siano stati personaggi pubblici più o meno influenti in Italia. Mi limito a riportarne una minima parte, ognuno si faccia una sua idea perché i miei commenti sarebbero censurabili.

There’s disaster in your past

C’è un disastro nel tuo passato

Boundaries in your path

Limiti sul tuo percorso

What you desire will lift you higher

Quello che desideri ti solleverà in alto

You don’t have to be extraordinary, just forgiving

Non devi essere straordinario, solo clemente

Of those who never heard your cries

Con coloro che non ti hanno mai sentito piangere

“Silvia è tornata, bene ma è stato come vedere tornare un prigioniero dei campi di concentramento orgogliosamente vestito da nazista. Non capisco, non capirò mai” Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale

You shall rise

“Ha ragione chi pensa che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana” Massimo Gramellini, editorialista, in prima pagina sul Corriere della Sera

You shall rise

“Quattro milioni per chi l’ha messa incinta, ma l’avete vista Silvia Romano ara faccia? Anzi n’ha fatto pure u sconto il montatore islamico”, Giovanni de Rose, ex consigliere comunale, assessore e capo dei vigili del comune di Cosenza.

You shall rise

“Silvia Romano va arrestata per concorso esterno in associazione terroristica”, On. Vittorio Sgarbi, Deputato.
Lo stesso Sgarbi che qualche anno fa ha lodato, giustamente, l’Annunciata di Antonello da Messina (in copertina dell’articolo) come misterioso e attuale simbolo della bellezza mediterranea, si è sconvolto e ha alimentato il rigurgito mediatico per un’immagine che trovo, iconicamente, molto simile.

You shall rise

 

 

Sooner or later we must try living.