[RECENSIONE] Nel deserto con Black – la recensione di Phantasmagoria nuovo disco di Black Snake Moan

Recensione a cura di Alessia Carolina De Rosa

Immagina: è notte, stai correndo su una lunga distesa di sabbia, infinita, quasi fosse un deserto.

E’ un sogno?
No, è la sensazione che ho provato ascoltando Phantasmagoria, il nuovo singolo di Black Snake Moan fuori il 25 ottobre e prodotto dalla Teen Sound Records, label discografica romana attiva dal 1997.

Black Snake Moan alias l’italianissimo Marco Contestabile è sia cantantante, chitarrista e compositore della “One Man Band” ( essì fa tutto lui). Il giovane ventiseienne di Tarquinia (Roma) sembra uscito da quelle foto un po’ sbiadite dei gruppi folk americani anni 60/70, magari di Neil Young o Crosby, incarnando con i suoi capelli rossi e barba lunghissimi il tipo di musica che suona: lo stoner o desert rock personalizzato dall’artista.

Infatti la ricetta di Black si caratterizza da un’atmosfera folk viscerale unita al blues scandito dalla sua chitarra a 12 corde e con aggiunta di sfumature elettroniche grazie all’uso del synth.
L’opera si intesse di echi di musica indiana attraverso l’impiego del sitar e la tempura e si realizza nella piena evoluzione composita di questi elementi. Il suo stile lo si ritrova anche nel disegno che fa da copertina all’album, ossia una lampada che emette la parola Phantasmagoria sottoforma di fumo evanescente.
Questo ci dà subito l’immagine dell’atmosfera spirituale e psichedelica proiettata dai brani, una dimensione acustica onirica che è poi l’effetto di tutto il disco.

La voce di Black , dal timbro caldo e vibrante, sembra provenire da lontano, trasportando e cullando allo stesso tempo l’ascoltatore che rimane in una sorta di limbo.
Le canzoni seguono una loro linearità senza particolari cambi di ritmo.
Il viaggio surreale di Black assume però tinte più lisergiche in Kaleido mentre in Coral l’uso preponderante del sitar riporta a scenari di realtà orientali.