[RECENSIONE] Jennifer Gentle, dopo dieci anni il nuovo disco

Jennifer Gentle
Jennifer Gentle

A cura di Antonio Serra.

A me non vengono in mente molti nomi se penso ad un elenco di musicisti italiani che hanno raccolto fama e onori nel mondo negli ultimi 30/40 anni. Mi vengono in mente ancora meno persone se restringo il filtro a quelli veramente stimati dai colleghi musicisti all’estero. L’elenco si assottiglia se immagino di escludere gli artisti italiani che fanno musica “facilotta”, banale, scontata (passatemi i termini scomposti, è che non sarebbe corretto dire “pop” in questo caso e più avanti vi racconto anche perché) e se escludo la lirica.

 Ascoltate, facciamo un gioco: ognuno di noi ora scrive il nome di un musicista italiano, figo però, che gli piace davvero e che all’estero gode di (almeno) tanta fama ed ammirazione di quanta ne ha in Italia. Inizio io perché mi piace vincere facile: Jennifer Gentle.

Ecco, i Jennifer Gentle sono finalmente tornati a distanza di un decennio dall’ultimo disco, con un album omonimo di 17 tracce licenziato da La Tempesta International. Molti parlano di cambiamento, reinvenzione, approccio nuovo. Bene, io non so come il deus ex machina Marco Fasolo si approcci alla scrittura, né se la sua tecnica di composizione sia cambiata, vi dico solo che sorvolando su un naturale “aggiornamento” dei suoni e su una comprensbile evoluzione del gusto prettamente strumentale, io in questo disco c’ho ritrovato nient’altro che un compendio di tutto ciò che i Jennifer Gentle sono sempre stati. C’è l’amore viscerale per Barrett ed i Beatles, ci sono i riff rock’n’roll anni ’50, c’è la scanzonatezza e l’autoironia, ci sono le canzoni costruite su melodie di una raffinatezza ed una classe difficili da non apprezzare.

Io l’ho interpretato un po’ come un cerchio che si chiude inmaniera compiuta. Probabilmente pure perché ascoltandolo in loop in realtà non si ha una netta percezione di quando il disco finisce e quando ricomincia, complice un arrangiamento circolare che lega il primo e l’ultimo brano della tracklist.

 

 

L’evoluzione naturalmente c’è; Fasolo non è mica rimasto con le mani in mano in tutti questi anni. Oltre alle collaborazioni infinite con artisti internazionali, ha avuto modo di provare la sua genialità di produttore oltre che di musicista. Ha dato vita al suo personale supergruppo (per certi versi simile al concetto che muove le Desert Sessions di Josh Homme) con il progetto Universal Daughters. Come unico membro fisso dei Jennifer Gentle, ha portato avanti anche il progetto principale includendo spesso altre star della musica italiana come i fratelli Ferrari e Adriano Viterbini. Trait d’union con il nuovo approccio negli arrangiamenti (probabilmente) è recentemente il suo ruolo chiave nel registrare e accompaganre dal vivo gli I Hate My Village.

Insomma, parliamoci chiaro: Marco Fasolo è un genio che meriterebbe anche in Italia anche solo metà dell’apprezzamento e della stima che riceve all’estero.

Per quanti di voi sono cresciuti negli anni ’90 non credo sarà difficile immaginare cosa voglia dire passare in pochi anni dalle serate con gli amici a Padova, bicchiere alla mano in zona Portello magari, sognando di sfondare nel mondo nella musica, fino a ritrovaresi qualche tempo dopo ad essere la prima band europea a firmare un contratto con la SubPop. E’ da uscire fuori di testa. Era il sogno irrealizzabile di chiunque. Chiunque. Non è finita qui. Prima di approdare oltreoceano e guadagnarsi la stima di praticamente chiunque conti nel mondo della musica “indie” (Perdono!!! Perdono!!! PERDONO!!!) dare alle stampe un disco, Funny Creatures Lane, considerato da alcuni come il miglior disco italiano di tutti i tempi.

Ma torniamo al presente. Nei due anni di gestazione Marco Fasolo ha lavorato limando ogni dettaglio di questo disco. Gli arrangiamenti minimali ed eterei di Oscuro, le quasi citazioni dei Queen in Just Because e More Than Ever, i primi anni ’60 mandati a memoria della strumentale Love You Joe, quella Guilty già uscita come singolo che sembra scritta da Phil Spector, il perfetto tema filmico che è la morriconiana Argento, i Beatles di Only In Heaven, il fantasma di Marc Bolan che aleggia in Do You Hear Me Now? e quello dei Kinks in You Know Why. E se My Inner Self è il brano più inusuale del lotto, Where Are You è forse quello più classicamente Jennifer Gentle.

Insomma, in questo Jennifer Gentle c’è davvero tutto il mondo e l’immaginario di uno dei più grandi artisti e visionari italiani attualmente attivi nel mondo della musica contemporanea. Un disco, ed una produzione, da studiare nei libri di come si scrive una canzone mai banale e come si registra un disco mai monotono. Un ascolto da non perdere assolutamente.