…a toys orchestra syndrome: anche al Mood il live diventa una festa

report a cura di Antonio Bastanza

Andare a un concerto degli …a Toys Orchestra è ogni volta come scartare il regalo di natale della persona che ami: non sai bene cosa ci sarà, o forse si, ma è  certo che quello che troverai dentro ti renderà felice.
La band di Enzo Moretto torna sul luogo del delitto, quello in cui, esattamente il 4 gennaio 2006 le nostre strade si incrociarono per la prima volta, e lui non perde occasione di ricordarcelo: “Qualcuno di voi si ricorda delle feste del Partyzan?”.
Il posto è lo stesso, il palco è un altro, quello del Mood, più bello e più grande, con un’energia nuova e uno spirito che riporta a quegli anni, in cui proporre un programma di un certo tipo era  una splendida follia.

I ragazzi di Agropoli salgono sul palco in formazione rimaneggiata, si direbbe in ambito calcistico, con le defezioni di Julian Barret e Andrea Perillo, sostituiti per l’occasione da Paolo Mongardi alla batteria e Maurizio Sarnicola al basso, ma il gioco di squadra non sembra risenetirne.
Affiatati come sempre, regalano un set dinamico e coinvolgente, lasciandoti sospeso tra divertimento e malinconia in un continuo alternarsi.
Gli …a toys orchestra, “sentono” il concerto e il pubblico: è sempre stato così, ne assorbono l’energia e la rimandano indietro centuplicata, rendono al meglio quanto più il loro pubblico è partecipe e coinvolto.
E il pubblico del Mood li adora, senza se e senza ma.
Certo ci sono quella decina di persone che per tutta la durata del live discutono a voce alta di Kant e della Critica della ragion pura piuttosto che della Cop 24 sul clima o di quanto sono fighi i Ferragnez vestiti da Babbo Natale, ma si sa in una live house non si va mica per godersi un concerto: ironia e fastidio come se piovesse.

Tra brani vecchi e conosciutissimi come “Invisible” e “Celentano” a quelli come “Candies & Flowers”, ultimo singolo della band, e “More than I need” estratti del nuovo album “Lub Dub” uscito in primavera, lo spettacolo è stato una festa di un’ora e più in cui si è saltato, cantato, ci si è commossi e si è sorriso tanto.
Come potrebbe non essere così quando davanti hai una band che suona con l’anima e col CUORE senza pose o artifici da pseudo star, come troppo spesso si vede sui palchi italici da parte di sedicenti next big things.

E poi, alla fine del live, non ha prezzo ritrovare Enzo e Ilaria a chiacchierare al banchetto dei dischi con una ragazza che quello stesso giorno di dodici anni fa scattò una foto con entrambi proprio li, in quel punto.
Vedere Enzo spostare la luce del banchetto e Ilaria scegliere la posizione migliore per fare questa foto, vederli abbracciare questa ragazza e sorridere tutti e tre come se fosse una foto tra compagni di scuola che non si vedono da anni, è l’immagine che dà la cifra di quello che gli …A toys Orchestra rappresentano per il loro pubblico e di quello che il pubblico è per loro: un abbraccio sincero in un giorno di festa.  
Non puoi non amarli, non volergli bene, essere partecipi delle loro cose, anche quelle piccole tipo della lotta di Enzo per smettere di fumare, arrabbiarti quando vedi che loro, forse la pop band italiana migliore degli ultimi vent’anni, non ha il seguito che meriterebbe: è come soffrire di una sorte di …A toys orchestra Syndrome, che non so bene cosa sia, ma ne sono certo, è qualcosa dalla quale non mi va per nulla di guarire.