LIVE REPORT

Big Time e Radio Sonica – la grande festa

di Irene De Marco

Quando avevo diciott’anni, la mia migliore amica aveva casa in montagna. Una casa su tre piani in una frazione di un paese tra i monti della Laga, con un giardinetto scarno e qualche gallina al di là del recinto.
A febbraio del 2007 andai lì per la prima volta – la nostra prima vacanza da sole.

Ricordo la neve e le statue dei giardinetti, ricordo le feste in discoteca, le pecore, i cinghiali, la pizza e la vodka al metro, Mai dire Martedì spettatore della mia prima sbronza e la videoteca in paese.
Ritornammo varie volte, prima dell’estate dei miei diciott’anni. Avevo degli amici lì e ricordo che c’era sempre qualcuno con in mano una chitarra.

Iniziavo allora per le prime volte a sentir parlare di indie. Non l’indie di adesso, e neanche quello dei primi Lo Stato Sociale o i primi The Giornalisti. La Repubblica XL era il mio giornale, ancora cartaceo, preferito. In quegli anni fece uscire un disco doppio, chiamato qualcosa come Indie Rock’n’Roll: c’erano i TarmLe Luci, i The Killers, i Subsonica.
Era l’anno di Non c’è due senza te di Dente La seconda Rivoluzione Sessuale dei Tre Allegri Ragazzi Morti; Canzoni da spiaggia deturpata de Le Luci della Centrale Elettrica uscirà l’anno successivo. Alla radio, mentre cucinavamo improbabili pennette alla vodka alla pesca, sentivamo i Verdena e i Marlene. Dopo anni di Muse, Oasis, Nirvana, eravamo tornate all’italiano, a quella musica che per anni non eravamo riuscite a scovare perché fuori dai nostri canali e ci era piaciuta.
Si stava formando la mia coscienza musicale: così tanto che i tre album che ho nominato, sono ancora i tre tra gli album più significativi della mia vita. Ero cresciuta, tra quelle montagne, quelle mura, quelle scale a chiocciola, lasciandomi ispirare da una chitarra che suonava e da un ragazzo.

Lui che non vedevo da quel 2008 e all’improvviso, invece, ho visto sabato scorso al Monk. Ferma, davanti a una porta, con una birra in mano. Dente aveva appena finito di cantare e improvvisamente mi è sembrato che il destino mi stesse prendendo in giro, riportandomi indietro di dieci anni.
Ero alla festa di Big Time Radio Sonica al Monk: 18 e 2 anni di vita per due realtà fondamentali per la musica, soprattutto su territorio romano. Un evento imponente, che ha messo insieme alcuni degli artisti più importanti del panorama musicale degli ultimi dieci anni e della mia vita.

Io mi ero scapicollata dall’altra parte di Roma, a digiuno. Avevo cercato parcheggio venti minuti; fuori c’era la fila, la serata era sold out. Entro e qualcuno si rivolge a me come “quella cicciottella”, come se avessimo ancora dodic’anni e mi sale il nervoso. Sono stanca, emotiva e avrei preferito restare a letto e andare a dormire presto con un tè allo zenzero, ma sono lì, e sono felice perché la line up è assolutamente da non perdere. Non ho ancora mai visto live gli Zen Circus, nonostante ci sia andata vicino quattro o cinque volte e non vedo l’ora.
Ma soprattutto non ho mai visto dal vivo Dente

Quando arrivo, Max Collini ha già iniziato. Dentro non c’è ancora tantissima gente, fuori in giardino la gente già si accalca davanti alla postazione di Radio Sonica che sta trasmettendo la serata in diretta. Lucio Leoni presenta la serata dal palco, introduce tutti, parla e fa battute.
Quando arriva il momento di Dente, a me tremano le ginocchia. L’accoppiata con Guido Catalano, non mi fa impazzire, ma la voce di Dente è una delle mie cose preferite nel mondo. All’improvviso vengo catapultata a dieci anni prima, alle prime canzoni che ho davvero amate dedicate a una Irene. Come sarebbe stato bello avere nodi più semplice, averne avuti. 

Il cambio palco è veloce, Joe Victor incendia il pubblico in un’atmosfera completamente diversa da quella precedente. La sala inizia a riempirsi e la gente balla, sembra di essere in un altro mondo; quando partono con una cover di Somebody to Love dei Queen, il pubblico impazzisce e chiede a gran voce il bis, ma i brani a testa purtroppo sono pochi.

Arriva il momento di Diodato; proprio mentre cambiano palco, Lucio Leoni intona Chissà se stai dormendo di Jovanotti, io sorseggio birra e parlo con un amico. Dalla porta, non mi ci vogliono neanche cinque secondi per riconoscerlo. Dieci anni dopo, miliardi di canzone suonate nella mia testa dopo, i tempi in cui Dente cantava di me erano finiti, Le Luci della Centrale Elettrica torna a essere solo Vasco Brondi, in mezzo ci sono stati tutti quei concerti, quelle foto, quegli incontri; i gusti che cambiano, la musica che si evolve. Mi colpisce tutto insieme, come un pugno. Quel ragazzo riapparso all’improvviso.

Sono ancora sull’orlo delle lacrime quando sul palco sale Rancore: chi non mi conosce bene, non sa della mia passione anacronistica per il rap. Rancore è forse la mia passione più grande in un panorama che si sta spegnendo per lasciare spazio alla trap o a forme di rap ibride e anti-sociali: Musica per Bambini è uno dei dischi più belli di quest’anno, da cui sul palco del Monk  canta Arlecchino e Sangue di Drago.

Con Il Muro del Canto inizio a capire. Sfogarsi con loro è facile perché è tutto un salto, tutto un “daje”. Mi sembra di essere ne Il Canto di Natale: la musica del passato, Dente, i Tarm, e quella del mio presente. A Roma ci sono poche band con un senso di appartenenza così forte come quello de Il Muro. Una città dipinta perfettamente, cantata in dialetto: verace. Mi sembra di ritrovare la Mamma Roma di Pasolini nei loro testi: cantano l’Anima de li MejoIl Canto degli Affamati, Ciao Core Peste e Corna. Il loro concerto è anticipato da un simpatico oroscopo versione Lucio Leoni e lo stesso che si improvvisa in una super apprezzata cover di E sarà bellissimo di Tiziano Ferro, featuring Giancane.

Bud Spencer Blues Explotion, sono i successivi: credo questa sia la quindicesima volta che li vedo, ma sembra sempre la prima. L’energia di Cesare e Adriano sono sconvolgenti, è impossibili restare fermi. Il loro set si chiude con una cover di Hey Boys, Hey Girls dei Chemical Brothers e siamo tutti sudati, stanchi, senza voce, ma felici, perché ancora una volta i BSBE hanno sbaragliato tutti e si sono riconfermati il più grande progetto musicale in scena italica.

A rappresentare il fantasma del mio futuro, ci sono gli Zen Circus. Non sono ancora riuscita a vederli live, per me sono una promessa non ancora mantenuta: quella di studiarmeli bene, di farmi una chiusa di mesi solo sulla band di Appino; è un mantra che mi ripeto da mesi e mesi, dall’uscita di Fuoco in una stanza. Sul palco ci sono solo Appino a cantare e Pellegrini alla chitarra. Un set minimale, ma emozionante. Come quando parte Catene e io sono finalmente in lacrime e riesco a vedere qualcosa nella folla che mi fa pensare a tutte le cose che vogliamo urlare, ogni giorno, a chi vogliamo bene.

La chiusura è affidata a Ilaria Graziano & Francesco Forni, con il loro cantautorato folk, prima e ai Tre Allegri Ragazzi Morti, poi. Dieci anni fa a mala pena sapevo chi fossero. In quella vecchia compilation di Repubblica XL c’era Mio Fratellino Ha Scoperto il Rock n Roll – poi, come ogni post-adolescente che si rispetti, era arrivato Il Mondo Prima. Da lì la rivoluzione, le maschere, i rossetti, i festival, le pellicce. Ogni piccolo elemento che si è incastrato perfettamente, passo per passo, canzone dopo canzone, in una vita sempre a metà tra la bambina che ero e l’adulta che ancora non sono diventata; la casa a Londra d’estate, il caldo che sale, la porta aperta e in pigiama sui tetti a fare colazione; Guidonia, L’Angelo Mai, i miei gatti. Pensare che ti sei innamorata delle parole di Davide Toffolo e anche sulle sue parole, su quelle montagne, e ora lo incontri un giorno sì e uno no in giro per Roma. Mai come voi, Sono Morto, Il Principe in Bicicletta – e poi torna Max Collini e insieme intonano Allarme dei CCCP. E poi il gran finale, a cappella, il Monk esausto, che sembra esplodere di emozione ma non smette per un attimo di cantare: La tatuata bella.

La serata si è conclusa con un dj set di Radio Sonica e io che quel ragazzo non l’ho più visto, perso nella folla. Divertita, entusiasta e sempre estremamente emotiva, fermo Dente mentre andiamo al parcheggio e quasi piango, nel farfugliare qualcosa che assomigliasse a un ringraziamento. Lui forse non mi ha neanche capito, ma è stato bello dirglielo, finalmente.

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