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Eric B. Turner – L’ intervista durante le lezioni private alla Backstage Academy di Pisa

Dal 2017 una nuova realtà musicale ha iniziato a farsi spazio in Toscana: stiamo parlando della Backstage Academy di Pisa, gestita da Giovanni Boschi (Venus in Furs), che durante il mese di agosto ha ospitato l’ artista internazionale Eric B. Turner.

La sede della Backstage Academy è una realtà giovane, fatta da giovani che mettono a disposizione passioni e competenze , ma quello che davvero caratterizza questa scuola a suo modo atipica è l’ aria che si respira al suo interno: non una semplice accademia, ma un punto di ritrovo dove l’ arte riesce ad esprimersi in tutta la sua totalità, tra musica, incontri, mostre e worskshop.

La Backstage Academy offre corsi di svariati strumenti, compresi alcuni tra i più inusuali come cornamusa e ukulele, nonché la possibilità di conseguire i prestigiosi diplomi di batteria certificati Scuderie Capitani. Dispone di sale prova con strumentazione adatte a soddisfare qualsiasi tipo di esigenza e fin dagli esordi si è resa parte attiva in ambito di organizzazione eventi live: il loro format più seguito,il Backstage From The Basement, (che ripartirà il prossimo 14 ottobre con un nome ancora segreto, ma possiamo garantire, molto amato!), ha visto alternarsi, la scorsa stagione alcuni degli artisti più apprezzati del panorama musicale indipendente ed emergente italiano come Alessandro Fiori, Francesco Bottai (Gatti Mèzzi), Etruschi from Lakota, King of the Opera, Eugenio Rodondi.

È tra le confortevoli mura di questa scuola che durante tutto il mese di agosto si sono svolte lezioni di canto private a cura di un insegnante eccezionale: Eric B. Turner ( famoso oltreoceano per aver lavorato e registrato in tutto il mondo con artisti del calibro di Mariah Carey, Chaka Khan, Aretha Franklin, Anita Baker).

Psicologo, docente universitario, cantante, compositore, paroliere, ma anche attore: il suo curriculum vanta infatti di varie apparizionii cinematrografiche e televisive quali American Gangsters, Synecdoche New York, Law and Order, CSI- NY, BET-J Now.

Tante sfaccettature di un’ unica, possente, personalità.

Ed è a questa personalità che abbiamo avuto il piacere e l’ onore di interfacciarci per scambiare quattro chiacchiere, grazie all’ indispensabile aiuto di Michela Messy, cantante e insegnante presso la Backstage Academy di Pisa, e assistente di Eric B. Turner, durante la sua permanenza all’ interno dell’ accademia.

Quando hai iniziato a cantare ?

Ho cominciato a cantare in chiesa, all’ età di 3-4 anni (arrivando a dirigere il coro all’ età di 7, nda). Cantare non era il mio primo desiderio… in realtà volevo diventare pianista/organista, ho iniziato a prendere lezioni di piano a all’ età 4 anni. Successivamente, per entrare nel dipartimento di musica presso l’ Istituto Musicale di Cleveland, Ohio, era necessario passare da quello di canto. Ascoltavo i soprano e cercavo di imitarli, facendo pratica a casa per arrivare alle note più alte. Quindi no, il canto non era il mio primo desiderio. Il piano lo era.

 

Perché In Italia?

Beh.. perché no?!

Ho iniziato a girare l’ Italia nel 2008, e mi sono totalmente innamorato della cultura, del cibo, delle persone… è quello che sono solito dire agli artisti: andate nei posti che vi piacciono, dove riuscite veramente a celebrarvi, ad essere voi stessi, onorare il vostro talento e fare in modo che questo venga gradito.

Sento che qua il mio dono è apprezzato, anzitutto in Italia, ma anche nel resto d’ Europa.. qualche volta hai solo bisogno di trascorrere il tuo tempo viaggiando in posti che sono completamente differenti.

L’ Italia è il mio posto felice.

 

Qual’ è la tua città italiana preferita?

Assolutamente Pisa, e non so davvero perché.

Per me è molto importante lavorare con l’ energia, e quando sento energia positiva capisco che è il posto giusto.

Mi piace che sia una città universitaria, che amo, essendo docente di psicologia, musica, & music business proprio all’ università.

Qua a Pisa c’è un’ energia che mi galvanizza, non riesco a descriverlo a parole. C’ è tanta bellezza, ogni giorno camminando per questa piccola città vedo cose nuove. E’ abbastanza piccola da permettermi di mettere su radici, e abbastanza grande per contenermi.

Negli ultimi 10 anni ho girato molte città d’ Italia, Pisa, fra tutte, rimane quella che preferisco.

 

Parlando di Black Music, che differenze noti tra l’ esecuzione italiana e quella americana?

Non risponderò con un’ opinione, ma con un’ osservazione.

Molti artisti italiani, a proposito di Soul, Gospel, Black Music, R’n’B, si preoccupano fino in fondo dell’ espressione musicale del genere, gli americani, la ricevono come “eredità”.

Ti porto un esempio: in linea generale i pisani, non si meravigliano della Torre di Pisa, o i romani del Colosseo: essendo nati qua è come se dessero per scontato tutte le bellezze che hanno. Molti artisti americani, non voglio certo dire tutti, fanno lo stesso: hanno perso l’ essenza delle loro radici, le emozioni che hanno dato a questi generi l’ importanza che hanno.

Nella cultura europea, e italiana in particolar modo, c’ è rispetto per la Black Music e della sua espressione: i musicisti studiano immensamente per dare il meglio durante l’ esecuzione, e questo studio dà la possibilità di dare sfumature alle emozioni che il genere comporta, si percepisce chiaramente questa sincerità. Quando sento cantare R’n’B magari la pronuncia non è perfetta, ma il risultato di fondo è comunque ok, perché l’ essenza del soul è la totalità dell’ emozione, non necessariamente la lingua di riferimento.

Molte cantanti americane danno più risalto alla potenza vocale a discapito del testo e dell’ interpretazione, quando in realtà sono importanti entrambe le cose. Il risultato è che quando cantano non riescono a far capire di cosa stiano parlando.

 

Quindi stai dicendo che gli artisti americani tendenzialmente cantano solo per mostrare i loro virtuosismi?

Si! C’ era un tempo in cui la musica soul aveva un messaggio di arricchimento per tutti, non posso dire che sia ancora così, oggi, così come non posso dire che gli artisti moderni abbiano il desiderio di emozionare e arricchire le persone.

Quando James Brown uscì con la sua canzone “Say it loud, I’m Black and I’m Proud”, lanciò un messaggio per la nazione intera, per il popolo, per arricchire la cultura, rendere ognuno fiero di quello che era.

Non trovo la stessa volontà negli artisti di oggi, e questo mi rattrista perché c’ è una generazione intera che non lo ascolta più, molti addirittura non sanno nemmeno chi sia!

Noi apprezziamo chi Michale Jackson è, chi Prince è: una generazione intera non li conosce. Questa è la realtà, ed è incredibile perché stiamo citando alcuni dei più grandi artisti di sempre!

La prima domanda che faccio sempre durante le mie lezioni di music business, è la top ten dei propri artisti preferiti di tutti i tempi: è la chiave! Nessuno dice Aretha Franklin, Donny Hathaway, Otis Redding, Michael Jackson o Prince, non ricordano il movimento Motown (Una delle aziende gestite da afroamericani più indipendente e di successo, fondata da Berry Gordy nel 1959, nda), parlano solo di Cardi B. e Nicky Minaj, tutto questo mi rattrista ma mi rende orgoglioso di essere nato in quell’ era, in quella cultura che abbracciava e suonava quel tipo di musica musica, tutto questo mi ha reso quello che sono oggi, e sono grato.

 

La tua top ten, quindi?

Tra i miei preferiti in assoluto ci sono Donny Hathaway, Aretha Franklin, Roberta Flack, Stewie Wonder, Al Green, Otis Redding, Patti Labelle, Etta James, Ella Fitzgerald, James Brown.

Non si può fare una classifica, hanno, tutti loro e molti altri ancora, eguale importanza nella cultura musicale. Sono stati degli “apripista”, hanno tracciato un percorso fondamentale attraverso le emozioni scaturite dalla loro musica e dai messaggi che volevano trasmettere. Hanno permesso a molti di poter dire a se stessi che era possibile intraprendere un proprio percorso, creando qualcosa di nuovo ma facendo tesoro di quel bagaglio musicale ed emozionale da loro espresso.

Sono quasi sicuro che la maggior parte degli artisti moderni tra una generazione non saranno più ricordati, a differenza dei BIG della cultura afro americana che hanno segnato la storia, e non solo quella musicale: ne sono stati parte integrante, la colonna sonora di veri e propri movimenti culturali.

Tu sai chi è Aretha Franklin, è riconoscibile; molti dei “nuovi” fatico a distinguerli l’ uno dall’ altro: hanno lo stesso sound, dicono tutti le stesse cose. Io ho deciso di fare tesoro di tutto quello che mi è stato lasciato, e prenderne esempio: voglio essere distinguibile, voglio che la gente riconosca la mia voce, il mio sound, e non solo per questa generazione. Voglio lasciare il mio segno, essere l’ Aretha Franklin, il James Brown di oggi.

 

Che differenza hai notato, tra Italia e Stati Uniti, in merito all’ attitudine che i musicisti hanno nei confronti dei cantanti, durante le esibizioni?

Preferisco iniziare con le similitudini per poi arrivare alle differenze.

Credo che per molto tempo si sia travisato il ruolo del performer.

Sostengo che la musica dovrebbe essere per i cantanti quello che che il trucco è per la donna.

Il make-up non deve stravolgerti, ma aiutarti a valorizzare quello che sei: molte donne struccate sono totalmente irriconoscibili, e questo è un problema, significa che il make-up ti ridefinisce a discapito della tua vera bellezza.

Questo è quindi quello che i musicisti hanno tra le loro mani: la possibilità di contornare quello che già c’è. Stiamo andando incontro ad una cultura che trascende la razza, trascende la nazionalità, trascende il il sesso. Adesso molti musicisti soffrono di egoismo antropomorfico: credono che tutto sia incentrato su loro come fossero il cardine di ogni esibizione.

Una cosa che noto, sia in Europa, che negli Stati Uniti, è che i musicisti si permettono di scegliere la tonalità del cantante, mentre non si rendono conto che per lo strumento “voce” è indispensabile si tenga di conto della tonalità più confortevole per il performer.

La differenza sostanziale che ho visto, per quanto riguarda la mia esperienza, è che in Italia i musicisti tengono di conto di quelle che sono le esigenze dei cantanti, in America ci sono più manie di protagonismo.

 

Cosa ne pensi delle attitudini dei musicisti tra loro? Che differenze noti, anche in questo caso, tra Italia e Stati Uniti?

Gli italiani sono coesi, si aiutano tantissimo umanamente, e non solo in ambito musicale. Gli incassi sono suddivisi equamente, nessuno ne ha di più a discapito degli altri.

La mentalità americana è diversa.

In Italia funziona così: siamo un unico corpo, un unico suono, come il corpo umano. Si lavora insieme per fa si che la cosa funzioni. Non c’è una parte destra gelosa delle funzioni della sinistra: ognuna ha il suo ruolo ben distinto, per il quale le sua capacità sono uniche.

Ti porto come esempio il coro: ognuno deve mantenere la sua parte senza invadere l’ altro, chi vuole emergere su tutti per brillare non ci riesce, ma anzi, risulta addirittura lesivo per la sua performance.

 

Hai detto che hai iniziato con in chiesa: qual è il tuo rapporto con Dio, e con la spirituralità ?

Si, ho iniziato in chiesa con il Gospel, ma non mi descrivo in un unico genere: canto rock, pop, country, house, dance. Ho studiato la musica classica, conosco quella italiana, francese, tedesca, ma non sono certo un cantante classico: canto quel che voglio, senza limitarmi. Allontano da me tutto quel che mi racchiude in una scatola.

Non mi piacciono le etichette, per music business mi definisco “Soul singer”.

La spiritualità è un aspetto fondamentale della mia vita: credo che ognuno di noi sia suddiviso in tre parti: quella spirituale, collegata con quella divina; la parte del corpo, collegata con la terra, e la coscienza emozionale, che permette un collegamento tra le due sopracitate.

Una cosa che dico sempre, come psicologo, è la seguente: “Ciò che nutri maggiormente, sarà ciò che muoverà il tuo mezzo. L’ importante è far combaciare le tre parti, senza che una escluda l’ altra”.

Per quanto mi riguarda la parte spirituale è quella che prevale su tutto.

Faccio si che mi guidi per darmi il permesso di fare le cose, prima ancora di iniziare a farle, e questa cosa è fondamentale, per essere “io” il leader del mio futuro, di quello che faccio .

E’ una presa di responsabilità piena.

 

Ultima domanda: dopo la scomparsa di Aretha Franklin, l’ Italia ha fatto parlare di sé per l’ omaggio a Lei dedicato, che ha visto come protagonista la cantante Giusy Ferreri: cosa ne pensi?

Le persone fanno solo quello che dai loro il permesso di fare.

Non biasimo lei, ma chi le ha permesso di fare ciò. Quel tributo è stato irrispettoso, orribile.

È stato totalmente fuori luogo permetterle di disonorare la regina del soul Aretha Franklin in quel modo, chiunque sia il responsabile dovrebbe essere licenziato. Una delle cose più brutte è stato vederla cantare con i fogli dei testi in mano. Non ho mai visto nessuno fare una cosa del genere su un canale così importante in una tv nazionale, in particolar modo durante un tributo.

Ho visto quel video una volta e mi sono rifiutato di guardarlo ancora.

Ho avuto il privilegio e l’ onore di lavorare con Aretha Franklin, cantare con lei, osservarla, imparare da lei.. mi sono sentito terribilmente offeso.

Ribadisco che chiunque le abbia dato il permesso di fare ciò meriterebbe il licenziamento, è stato vergognoso!

C’ è un quesito che mi sono posto, e non verte su un aspetto razziale, ma sulla conoscenza di quella che è l’ essenza di Aretha Franklin, il suo percorso e ciò che ha rappresentato: in Italia ci sono un sacco di artisti soul, perché non hanno chiamato uno di questi? Davvero nessuno di loro era disponibile?

La televisione, la radio, e il mercato discografico in generale, scelgono il nome più famoso, ma ciò non vuol dire che sia quello più adatto.

Ci sono un sacco di voci, sia maschili che femminili, che avrebbero potuto onorare in tutto e per tutto il nome di Aretha, la voce di quella ragazza non lo era.

Potrà essere tra i primi posti in classifica in italia, ma ciò non implica che fosse l’ artista appropriata per quella performance.

E’ stata fatta la medesima cosa durante gli American Music Awards per il tributo a Whitney Huston: ha preso il sopravvento la maggiore vendibilità di Christina Aguilera a discapito della forza emotiva che avrebbe potuto trasmettere Pink, alla quale si è lasciato il ruolo di spettatrice.

Continua ad essere una delle cose che non comprendo del music business, si predilige la notorietà a discapito del talento.

Mia madre è solita dirmi che siamo qua per fare qualcosa, non certamente tutto, e credo sia una frase molto potente: Giusy Ferreri ha sicuramente una bella carriera da perseguire con le sue canzoni, questa è la linea che lei dovrebbe seguire.

Durante i Grammy Awards del 2017 Adele fu chiamata per presenziare al tributo a George Michael, a causa di una disfonia tra lei e i musicisti fu lei stessa a fermare l’ esibizione, asserendo che si rifiutava di rendere omaggio ad una persona e un artista come George Michael con quell’ errore in corso, che la riguardava in prima persona, ricominciando tutto da capo.

Se da una parte ero mortificato dal fatto che avesse fermato un live quando un artista dovrebbe andare avanti a prescindere da tutto, dall’ altra mi sono reso conto che questo voleva dire davvero “rendere onore”. Mi sono chiesto cosa avrei fatto se fosse capitato a me, o se avessero dovuto rendere onore alla mia musica.

Tornando alla ragazza italiana, di cui non ricordo nemmeno il nome, quel che mi chiedo è perché non si sia sentito niente da parte sua, nello specifico delle scuse. Spero stia prendendo tempo per farlo pubblicamente, in un secondo momento.

Non voglio lasciarvi con questa ultima cosa perché mi fa molta rabbia, è inaccettabile.

Una cosa è certa: io non posso lamentarmi di qualcosa e starne al di fuori: non si gioca così, è scorretto. Bisogna far parte del gioco per cambiarne le regole, ed è esattamente quello che sto facendo adesso. Sto lavorando nella via che ho scelto, in base alle scelte che ho fatto posso essere la voce della coscienza, dell’ autenticità di questa arte. Non voglio parlare delle differenze, voglio fare la differenza.

Quando ero piccolo c’ era tanta neve, e mio padre, che camminava davanti a me, mi diceva di seguire le sue orme, il percorso che lui stava tracciando: voglio ricordare questo ai cantanti, non ci sarebbe stata Lady Gaga senza Madonna, Madonna senza Janis Joplin, e così via, per cui vorrei che i cantanti si ricordassero che qualunque cosa essi facciano, la facciano al meglio, perché sicuramente qualcuno seguirà le loro orme, e l’ esempio che si decide di dare è molto importante, di ispirazione.

Dobbiamo essere sicuri di fare un cammino attento, di prenderci cura di noi stessi e di quello che facciamo.

Eric B. Turner tornerà nuovamente in Italia, a novembre, con una serie di eventi.

Per rimanere aggiornati su tutte le novità vi consigliamo di seguire i canali ufficiali di Backstage Academy Pisa e Eric. B. Turner !

 
 
 
 

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