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L’animo paesano non è così sempre dolce e fertile – Il report del concerto di Vinicio Capossela allo Sponz Fest

Report a cura di Giuseppe Viscofoto di copertina – courtesy of Sponz Fest

Vinicio Capossela aveva annunciato online la serata del 25 così:

‘NTA LA CUPA – ATTO UNICO E FINALE

“A volte i nomi danno corpo agli spiriti dei luoghi e ci fanno delle radiografie della terra.
Cupa è una parola che prende forme diverse e definisce mondi, più che luoghi precisi.
In Sardegna la Cupa è una botte da 400 litri, in alcuni paesi è parte del centro storico. Per Mimmo Borrelli sono le cave flegree dove ambientare la sua drammaturgia infera (del capolavoro recentemente rappresentato in prima a Napoli, e da alcuni definito il più bel lavoro italiano degli ultimi trent’anni.)
A Calitri la cupa, è una leggenda, la bambina – demone che a sollevarla diventa pesante e trasforma in piombo l’oro delle sue carni rosee.
L’apparizione ha un suo toponimo, ed è ai piedi del sentiero della cupa, una mulattiera che discende il dirupo sotto l’antico castello e permetteva ai contadini di guadagnare più velocemente le terre che davano a est .. Cupa è la zona d’ombra, la zona selvatica, il labile confine tra la luce della contemporaneità e il buio della storia pregressa. Il confine tra i vivi e i morti, tra la realtà e la verità inconoscibile. Questo è stato per me la cupa, e in questo mondo di mezzo sono nate le canzoni della cupa, cominciate nel 2003 e pubblicate nel 2016. Il 25 agosto l’atto finale … la loro rappresentazione nel luogo del toponimo.. le note, le voci e i conti sparsi nel declivio scavato dal fiume Cortino un terreno discendente che fornirà l’anfiteatro per la scenografia naturale del sentiero della Cupa.
Le canzoni alternate alle voci dei canti a sonetto, nell’incombere del buio accompagnati da uno psicopompo d’eccezione:
il drammaturgo e attore Mimmo Borrelli, che proprio alla sua Cupa ha dedicato il suo più ambizioso lavoro recentemente in scena a Napoli.
Perché la Cupa è un luogo di ognuno di noi. Il posto dove sotterrare le cose, o dove affondano le radici che ci generano.
Il luogo dell’inconscio che sorge, o della coscienza da andare a interrare”.

Ormai il binomio Vinicio-Calitri è da 6 anni inossidabile. Ogni volta che l’artista, cittadino onorario di Calitri, ritorna nella terra d’origine dei suoi genitori fornisce linfa vitale al circondario offrendo concerti e spettacoli non solo nel paese di Calitri ma anche in quelli vicini.

Vinicio Capossela ha una storia particolare che lo lega a Calitri. Nasce in Germania, ad Hannover (capitale della Bassa Sassonia), nel 1965 per trasferirsi poco dopo in Emilia Romagna, ove sarà sempre molto legato “alla terra dei padri” e, conseguentemente, alle tradizioni campane. Il suo attaccamento morboso per Calitri si fa forte agli albori del nuovo millennio. Calitri, un luogo di vuoto e dilaniato dall’emigrazione, come da Vinicio stesso definito, vuoto che può diventare una risorsa. Il suo libro “Il paese dei coppoloni” vede proprio un personaggio “locale”: il viandante narratore nella terra dei padri. Nel 2013 inventa, letteralmente dal nulla il “Calitri Sponz Fest”. L’anno seguente dedica il festival alla tematica del treno. Nata come piccola realtà locale è divenuta ormai un festival di punta della musica italiana, ospitando artisti del calibro di Tonino Carotone, Marco Martinelli, Branduardi, Ascanio Celestini, Zamboni, Howe Gelb e moltissimi altri.

Calitri è un piccolo centro, tra Campania e Basilicata, sito in un luogo apparentemente poco ospitale, pieno di stradine e viottole. La realtà è che sul luogo si respira un’aria totalmente diversa: ci si sente a casa. Capossela è riuscito a creare un connubio perfetto tra la popolazione locale, parte attivissima del festival, e i tantissimi visitatori che ogni anno invadono il paese campano, incuriositi non solo dagli artisti ma anche dalle tradizioni. Ecco, le tradizioni alle quali Vinicio è molto legato. La serata del 25 Agosto, sita nel Vallo della Cupa (e già il nome è tutto un programma), ha visto il polistrumentista Vinicio eseguire tutti canti tipici delle tradizioni popolari: le canzoni della cupa. Affianco ai canti popolari, Vinicio ha recitato varie poesie di scrittori e poeti locali, intervallate dai ripetuti interventi di Mimmo Borrelli che ha ammaliato il pubblico accorso in migliaia all’evento (circa 4500 i biglietti venduti per la serata). Mimmo Borrelli è un drammaturgo, attore e regista napoletano che utilizza un dialetto particolare nelle sue performance: un mix di dialetti differenti combinati fra di loro. E’ del 2018 la sua ultima opera “La Cupa. Fabbula di un omo che divinne un albero”, un insieme di versi, canti e tradizioni popolari.

Durante la serata non sono mancanti alcuni appunti alla cultura tecnologica del momento, definita da Vinicio “un insieme di asini che ragliano in televisione” facendo riferimento sempre alle tradizioni calitrane degli asini.

Il mondo non è come è, bensì come lo racconti. Quello raccontato da Vinicio è un mondo selvaggio e insicuro dove bisogna dar vita al proprio istinto animalesco e bestiale.

Il concerto è stato un crescendo di emozioni, di ospiti inattesi come “Zio Armando testa d’uccello” che ha divertito il pubblico con le sue storie personali e alcuni canti tipici della tradizione locale, culminato con un vero e proprio “rito d’iniziazione al selvaggio”: uomini travestiti da demoni, personaggi bucolici, persone con la faccia dipinta di nero, su una base musicale molto tetra, hanno invaso il vallone della cupa con la loro presenza, creando una vera e propria “processione di selvaggi” mentre Vinicio Capossela intonava le note del Ballo di San Vito. Uno spettacolo indescrivibile, una dei riti più folli ai quali io abbia mai preso parte.

La Woodstock irpina, anche quest’anno, è stata un successone.

Accolto ed amato dalle genti, Vinicio si afferma sempre più come Imperatore dell’alta Irpinia.

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