RECENSIONI

Vedo un turbine di gente che non vive: non capisco perché. – La recensione di “Luci della Città” album di esordio degli Ovest di Tahiti

Recensione a cura di Giuseppe Visco

Esce il 26 luglio 2018 “Luci della città”, album d’esordio degli Ovest Di Tahiti, registrato da Dario Tatoli in arte Makai e anticipato dal “Indifferente”.

Il quartetto è nato in Puglia nel 2015. Tra il 2016 e il 2017 il gruppo ha intrapreso una frequente attività dal vivo, facendosi notare fra gli addetti ai lavori, aprendo, nel 2017, i concerti degli Almamegretta e Germanò.

Tahiti è un’isola della Polinesia Francese, di origine vulcanica, alta e montuosa, circondata da barriere coralline; spesso ritratta da Paul Gauguin. Ecco, “Luci della città” è così: vulcanica del senso di ancestrale, selvaggia e da esplorare. In perfetta linea con l’atmosfera che crea l’album è la copertina, che abbraccia l’idea di libertà e spensieratezza.

Uniscono sonorità varie: dal folk, passando per r&b, pop e indie (cosciente del fatto che la parola indie non significhi proprio niente, vado a parafrasare Giuseppe Peveri, in arte Dente “Cosa cazzo significa indie?”). Negli arrangiamenti ricordano molto i C+C=Maxigross. Hanno preso come modelli alcuni mostri sacri della musica mondiale, come Nick Drake, e nazionale, come Lucio Dalla e Nicolò Fabi.

La traccia numero 3, in particolare, va ascoltata al buio, con un libro di poesie di Trakl e una candela. “The life is too short”, recita. Così come quella di Trakl, poeta austriaco morto a 27 anni per overdose di cocaina dopo aver tentato il suicidio in quanto aveva prestato servizio come ufficiale sanitario durante la Prima Guerra Mondiale: quelle barbarie lo  avevano distrutto. Si, la vita è davvero troppo breve.

 

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