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PANEGIRICO DI KENDRICK LAMAR: cinque canzoni in cui ha dimostrato di meritare il Pulitzer

 
Spesso, quando si pensa all’hip hop, si pensa a quello a cui, soprattutto in Italia, siamo stati abituati dai media negli ultimi vent’anni. A parte poche eccezioni, quindi, brillocchi d’oro, denti finti, soldi, donne disinibite e armi: il perfetto gangster dei film americani, che ha potere, soldi, fama e donne.
In Italia negli alla fine del primo decennio degli anni 2000 abbiamo visto lo spostarsi di questo movimento nella nostra musica: la nascita di un rap trito e ritrito, che ha preso ispirazione della parte peggiore di un genere musicale che, al contrario di quanto si pensi, ha avuto negli ultimi trent’anni tantissimo da dire anche sul piano sociale.
La prima volta che l’hip hop in America ha preso parola contro le ingiustizie sociali, è stato nel 1982. Grandmaster Flash and the Furious Five rilasciarono il singolo The Message, dando vita all’immagine del rapper con una coscienza critica sociale e politica, fino ad allora sconosciuta, che ha ispirato negli anni a seguire artisti come Public Enemy, Mos Def, Immortal Technique, Tupac Shakur fino agli anni più recenti con i pluri premiati Eminem e Kanye West.
Ieri, questa corrente iniziata trentasei anni fa con una canzone ormai fuori tempo anche per temi, ha visto il suo apice con la premiazione del Pulitzer per la musica del rapper americano Kendrick Lamar.
Noi abbiamo voluto raccontare i cinque motivi per cui riteniamo questo premio azzeccatissimo.
 
 
1) Kendrick Lamar negli ultimi sette anni si è fatto portavoce della comunità afroamericana, abbracciando le sue radici, attraverso la fusione di jazz, funk, soul e classico hiphop che usa per consapevolizzare la sua comunità e il resto del mondo, cercando di ergersi a modello positivo.
 Uno dei suoi modi per farlo, è quello di enfatizzare l’importanza della cultura e della storia black attraverso la narrativa. L’esempio più lampante è il suo album del 2012 Good Kid, m.A.A.d. city. L’intero lavoro è in realtà un romanzo autobiografico in cui ogni canzone rappresenta un capitolo, e anche se non è direttamente un album politicizzato, Kendrick usa episodi della sua vita come spunto per riflessioni sociali – come ad esempio le pressioni che gli amici possono fare a un bravo ragazzo, “corrompendolo” (The Art of Peer Pressure).
 
 
2) In Institutionalized, tratto dal suo album più complesso e interessante, To Pimp a Butterfly (2015), Kendrick racconta com’è nascere e crescere in una comunità “povera” che instilla nei suoi figli comportamenti che rendono difficile per loro il raggiungimento del successo, dovuto all’oppressione sistematica perpetrata ai danni della popolazione afroamericana in USA. Si chiede quindi come può un membro delle comunità meno abbienti partecipare alla vita sociale o politica di un paese quando non ha l’educazione o il background necessario, al contrario delle classi più ricche. Qui Kendrick non solo si riferisce alla difficoltà degli afro americani, ma si interroga anche sulle cause di queste difficoltà.
 
 
3) In Wesley’s Theory (To Pimp a Butterfly) Kendrick campiona Every Nigger is a Star. In questa canzone intende affermare che, a prescindere dal successo o dai soldi, ogni afroamericano ha un valore. “Black lives matter”.
La sua paura di essere corrotto e vendersi (“get pimped”) man mano che ottiene fama e soldi, è un importante tema di tutto il disco, insieme alla certezza che nonostante il vendersi sarebbe soggetto di oppressione.
 
 
4) Sempre sullo stesso tema in To Pimp a Butterfly c’è King Kunta: Kunta Kinte è l’ossimoro del nero oppresso, a cui è stato amputato un piede di modo che non fuggisse dalla piantagione, che allo stesso tempo è re. Nonostante il valore, il successo di un uomo, secondo Kendrick Lamar non ci può davvero essere libertà senza l’unificazione nelle battaglie di tutte le persone oppresse del mondo.
 
 
5) Il suo ultimo lavoro, DAMN. (2017), è stato premiato ieri sera con il Pulitzer. Per la prima volta assegnato a un rapper. “Offre istantanee che catturano la complessità della vita moderna afroamericana”, scrivono dal premio. DAMN. è un disco più semplice del precedente: ci sono hit e featuring pop, da Rihanna agli U2; un prodotto più “commerciale”, ma non per questo meno intenso. DAMN. è un album che funziona dalla prima all’ultima canzone, ma anche dall’ultima alla prima, tornando indietro: l’inizio è la fine e la fine è l’inizio, un serpente che si morde la coda. La storia narrativa ancora una volta di chi prima conquista e poi soccombe ai propri difetti.
Dalla religione (GOD), alla fragilità della vita, al tema della disinformazione (YAH) e dell’oppressione.
In XXX (un improbabile quanto riuscito featuring con gli U2) ritorna il tema del suo bisogno di essere un modello positivo per gli altri. Sottolinea l’ipocrisia del proprio istruire ragazzi sul controllo delle armi, ma allo stesso modo afferma di essere portato alla violenza quando vengono toccati membri della sua famiglia. Il tema dell’ipocrisia nel brano è portante, così come quello della lealtà, e Kendrick spazia tra l’esperienza personale fino al collettivo, verso dopo verso.

 

 FONTI:
Kendrick Lamar and Hip-Hop as a medium for social change di D. A. Rocha
The Significance of Kendrick Lamar’s To Pimp a Butterfly di S. Molina
Kendrick Lamar DAMN. by N. Nadeau
 
 
 

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