RECENSIONI

Stella Maris – s/t

Stella Maris

a cura di Antonio Serra

 

Umberto Maria Giardini aveva messo le mani avanti già nella prima metà del 2017, quando in una intervista anticipò che stava lavorando ad un progetto nuovo, chiamato Stella Maris, dal gusto smaccatamente smithsiano. Una manciata di canzoni scritte e registrate di getto, in tempi brevissimi. Una campagna di crowdfounding andata bene. Una ensemble di musicisti che è logico definire “supergruppo”. Un videoclip che odora chiaramente di Manchester, imbrattato dal nero smog delle ciminiere.

L’album eponimo degli Stella Maris è uscito a Novembre 2017 ed io mi dichiaro colpevole di averlo ascoltato solo ora. Ne avevo sentito parlare di questo progetto, molto, ma non avevo mai premuto play. Che errore ragazzi! Parlo di musicisti che conoscete tutti: Umberto Maria Giardini (Moltheni), Ugo Cappadonia, Gianluca Bartolo (Il Pan del Diavolo), Emanuele Alosi (La banda del Pozzo) e Paolo Narduzzo (Universal Sex Arena). Questa gente s’è trovata in sala prove spinta dall’amore comune vero un certo tipo di wave inglese, quella con le chitarre Rickenbacker e Gretsch, degli anni ’80, quella dei mazzi di fiori, quella dove la faceva da padrone l’amplificatore Roland Jazz Chorus. Ne sono venuti fuori dieci pezzi che sembrano scritti davvero da Johnny Marr e Morrissey (un Morrissey che scrive in italiano, magari prima delle figuracce contromano a Roma), ma anche qualche passaggio scritto con Robert Smith per i suoi Cure.

 

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I testi di Giardini rendono perfettamente giustizia al sapore agrodolce ed a tinte fosche tipico della band di Ask mentre i suoni curati da Cappadonia, Bartolo, Alosi e Narduzzo sono fedeli all’inverosimile al flavour in voga nel 1985. Brani come Eleonora No (da cui è stato tratto il primo videoclip), Quella Primavera Silenziosa, Se Non Sai Più Cosa Mangi Come Puoi Sapere Cosa Piangi, sono perle che ti entrano in testa poco per volta, piano piano, fino a quando non se ne vanno più.

Sarò sincero ed onesto: al primo ascolto (quello che faccio sempre a freddo, senza leggere o sapere nulla del progetto) mi sono detto “Dai Umberto, ma perché scimmiottare gli Smiths? Che bisogno c’era? Ti vuoi proprio far stroncare?”. Poi al secondo, terzo, quarto ascolto (perché se vuoi scrivere di un disco lo devi ascoltare per bene, soprattutto se hai intenzione di massacrarlo) quei brani hanno iniziato a piacermi così tanto che non ho saputo più fare a meno di canticchiarli sotto la doccia, in auto mentre mi scaccolo al semaforo, al supermercato mentre faccio la spesa.

 

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Stella Maris è una perla raffinata fatta di rock d’autore, elegante ed evocativo. Con una delicatezza ed una classe notevole, rende omaggio ad un suono che, nel bene o nel male, ha segnato tutta la musica da lì a venire. Un suono (ed una band) che oggi più che mai emerge tra le influenze principali del panorama musicale contemporaneo, infarcito di revival anni ’80. Stella Maris, però, non è solo una operazione nostalgia, ché questi brani sono puri e scintillanti. Belli e freschi e saporiti come frutti di stagione. Dal vivo, ora che sono in tour, questi ragazzoni non ce li possiamo proprio perdere.

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