I Peach Pit portano un live dal sapore vintage a Largo Venue, Roma

A cura di Irene De Marco

I Peach Pit sono canadesi. Lo si vede appena salgono sul palco, che non sono italiani. Capelli lunghi, baffetto anni ’70, visi puliti e salopette.
Si direbbe che sono fuori dal tempo, a vederli così. Con i loro jeans a sigaretta un po’ troppo corti e cinturoni. Sembra siano stati vestiti dai genitori. Un’aria nostalgica, quasi ovattata, come quella riesumata dalle macchinette analogiche, i colori opachi, il rosa caramella. 
Being so normal è giovane come loro: nato da pochi mesi, docile in alcuni punti, ma carico di quella teenage angst che rappresentava i primi esemplari di indie mondiale all’inizio degli anni 2000. Un piccolo gioiello di melodie mellow-rock e dreamy pop. 

Dal vivo suonano come nel disco. Puliti, ma esagitati. Neil balla al ritmo dei riff di chitarra, Chris salta su e giù dagli amplificatori, Peter, timidamente, agita i boccoli biondi per aria. 
Tra una canzone e l’altra chiacchierano moltissimo. Ci dicono che non sono mai stati a Roma prima di allora, che Peter è così carino che ogni volta che devono superare il confine tra Canada e Stati Uniti lo fanno guidare, così vedono il suo viso da bambino e li fanno passare subito; che per una sciagurata coincidenza quasi tutti hanno visto la madre di Neil nuda.

Sono solari e caldi, sembra quasi che portino un po’ d’estate con i loro colori brillanti e musiche scanzonate. A Roma diluvia da giorni, ma dentro Largo Venue sembra un’altra stagione.
Il pubblico è divertito, balla, chiacchiera. C’è qualche canadese tra noi, qualcuno accompagnato dai genitori. Nessuno riesce a togliere gli occhi dal quartetto di Vancouver, magnetico sul palco. E quando a fine concerto suonano una cover di Johnny B. Good, lì il pubblico impazzisce definitivamente, ormai completamente innamorato.

Opening: Piuma Makes Noise