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Cristiano Godano e la sacralità delle parole a Inkiostro – rassegna di musica e scrittura

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a cura di Irene De Marco

 

Per una nata, cresciuta e sopravvissuta in città, la provincia è un concetto assurdo a metà tra le campagne amene di Virgilio e i film dell’orrore. Cresciuta con l’ansia dovuta a una madre che avrebbe voluto aprire un agriturismo nel mezzo dell’assoluto nulla. Fuori Roma per me non esisteva nulla.

Secondo questo discorso, i miei ricordi della provincia di Latina si fermano a quando da bambina andavo al Circeo a casa dei nonni. Mare, non campi. Tre mesi in spiaggia, solo d’estate, nei mesi in cui le strade e la sabbia si popolavano di persone. Il silenzio di un borgo, l’assenza di macchine, sterminati chilometri di assoluto nulla sono quanto di più lontano dalla mia idea di pace.
Ma per quanto ami avere ragione, nella vita, forse amo di più dovermi credere. Piano, con calma, attraverso un immaginario bucolico e familiare alimentato dalla musica, la Provincia è diventato un mondo inesplorato a cui approcciarsi. Con diffidenza e aiuto.

E l’aiuto a volte cade per sbaglio tra le pieghe di conversazioni, un festival da una parte, un amico da un’altra.
Ci lamentavamo degli orari dei concerti, ricordo. “Ma lo sai che il 2 febbraio suoniamo a Roma?” “No, ma quel giorno Sofia Bucci sta cercando di portare Cristiano Godano a Cori“. La romana e il bergamasco, un punto di domanda, perché Cori non sapevamo neanche cosa fosse.
La provincia, mi hanno detto. Dove le strade si incrociano ripide e le luci si fanno fioche. Dove il silenzio si arrabatta sui muri e dove una chiesa si staglia, alta, tra i tornanti sbattuti dal vento.
Dove Inkiostro – la rassegna di musica e scrittura, è riuscita a portare Cristiano Godano.

E qui si torna alla mia idea di Provincia, perché i Marlene Kuntz per me sono i ricordi della neve e di un ragazzo che suonava la chitarra in giardino, mentre le galline covavano, in una provincia che non esiste più. Alla scoperta della Bellezza e della forza delle Parole. Cristiano Godano immaginato come un superuomo, intellettualmente superiore. Autore dei più bei testi della musica italiana. Che mi faceva piangere, minuto dopo minuto, da ragazzina, e mi faceva ridere, quella volta che ci siamo conosciuti, in una città tutt’altro che provincia, immensa e luminosa, rumorosa, che lui aveva trasformato in una casa per poche ore.

Lui che inizia l’intervento parlando della sua, di provincia, della sua adolescenza a Fossano, che parla e perde il filo, si scorda le domande, ma da comunque le risposte giuste.
La chiesa di Sant’Oliva a Cori, tra le sue colonne e gli affreschi, piena di emozioni sedute sui bordi delle panche. Parla di musica, Cristiano Godano, della prima volta che ha comprato Rockerilla, di Sanremo e di Nick Cave, l’amore per le parole e le poesie, ché la musica e la poesia sono due cose diverse.

Non c’è attimo per le distrazioni, tanto è suggestivo sentirlo parlare. Un momento sacro ininterrotto da qualsivoglia rumore, solo i lampi del temporale illuminano a intermittenza le enormi finestre della chiesa. Quando suona le sue canzoni il silenzio è sovrano, non si vedono cellulari alzati, nessuno osa cantare con lui. Godano e la sua chitarra, nudo, un’intimità pura e soggiogante creata singolarmente con ciascuna persona del pubblico che lascia senza parole e in chiusura in lacrime con un crescendo di sentimento che parte con Osja, amore mio, continua con La Lira di Narciso e infine Nuotando nell’aria
Una provincia bella, che scaccia via le ansie e porta bellezza.
Catartica.