Perchè Ypsigrock 2016 è stato un viaggio allucinante

Raffaele a Castelbuono - ph. Antonio Serra
[Raffaele a Castelbuono - ph. Antonio Serra]

Appunti per pancia e orecchie di un viaggiatore enofilo con macchina al collo

Ci sono aspetti della storia e della cultura di un posto che per uno “straniero” è quasi impossibile comprendere. Non voglio arrivare a scomodare Wittgenstein ed i suoi leoni parlanti, però il concetto è simile. Se si vuole capire alcune dinamiche, se si vuole tentare di interpretare le motivazioni che hanno spinto i popoli e le comunità ad alcune scelte e tradizioni, c’è bisogno di prendere delle scorciatoie. La prima è lasciare nel cassetto preconcetti e schemi mentali personali, azzerare le proprie sovrastrutture per essere il più recettivi possibile. La seconda è quella che passa per il cibo, il vino e le tradizioni enogastronomiche in generale. La terza è tener conto della musica che vi si produce e della musica che lì si ascolta.

Prologo

Quello che state per leggere è il racconto di com’è stato, un anno fa, il mio rocambolesco viaggio andata e ritorno per Castelbuono (e del perché dovreste farlo anche voi, già a partire da questo weekend) per assistere all’ultimo giorno di uno dei festival musicali più interessanti d’Italia, il più atteso del mezzogiorno: l’Ypsigrock 2016.

Ma partiamo dal principio. Quando è uscito, a singhiozzo, il cartellone dell’edizione 2016 dell’Ypsigrock la mia reazione ad ogni notizia di un nuovo artista nella line-up è stata “Ci devo assolutamente andare!”. Sarà stata la dolcezza di uno zibibbo che avevo in mano o il fico d’india tagliato a fette sul tavolo, ma una sera la voglia di Sicilia è salita di botto e si è scontrata immediatamente con l’aspetto più limitante della vita dell’uomo contemporaneo.

La t-shirt dell'evento - ph. Antonio Serra
[La t-shirt dell’evento – ph. Antonio Serra]

Luglio

Avevo cambiato lavoro da poco più di un mese e se nel mio precedente impiego avevo accumulato qualcosa come 32 giorni di ferie arretrate, cambiando azienda sono diventati un cerchietto con un cappio al collo: zero.

Tribolare per guadagnarmi la possibilità di assentarmi dopo solo una manciata di settimane di lavoro ha significato fare straordinari tutti i giorni, sudare davanti al pc, spremermi le meningi per fare tutto subito, mantenere la calma quando avrei voluto sbottare, essere accondiscendente, essere disponibile oltre ogni ragionevolezza.

Per tre settimane sono andato a letto presto tutte le sere e mi sono svegliato presto tutti i giorni. Il mio unico conforto serale, l’unica trasgressione che mi sono concesso, sono stati un Pinot Nero dell’Etna ed un Catarratto delle Madonie, ché la voglia di Sicilia stava montando come nuvole di albumi sadomaso, vogliosi di frustate.

 

La costa di Cefalù - ph. Antonio Serra
[La costa di Cefalù – ph. Antonio Serra]

Ho fatto tutto in silenzio, senza dir nulla, poi è arrivato il gran giorno, quello in cui ho dovuto prendere coraggio ed armarmi di faccia tosta. Ho detto al mio capo “Ho bisogno di un paio di giorni di ferie; sarebbero un venerdì ed il lunedì successivo…però ho già messo a posto tutto il lavoro arretrato e mi sono anche portato avanti con quello della prossima settimana…insomma, puoi stare tranquillo, ho messo tutto a posto”.  Lui mi diede la risposta che ogni capo nella sua (e nella mia) posizione avrebbe dato.

Mancavano tre giorni all’inizio del festival e mi era stato concesso un unico giorno di ferie, il lunedì, quindi addio The Vaccines, addio Mudhoney.

Ma potevo ancora partire sabato mattina, prendere il treno alle 6:45 ed arrivare a Villa S.Giovanni alle 8:51, poi salire sul traghetto alle 10:00 e di nuovo il treno da Messina alle 11:22. Sarei potuto arrivare alle 13:51 a Cefalù e da lì avrei preso il pullman di linea per Castelbuono arrivando alle 15:00. Non mi restava che trovare un letto per sabato e domenica, ché il camping era già sold-out e non mi potevo permettere di andare all’avventura, perché lunedì sarei dovuto ripartire alle 8:40 e fare tutto il tragitto a ritroso fino ad arrivare a Cosenza alle 17:00…ed il giorno dopo andare a lavorare.

 

Venerdì

Ypsigro era l’antico nome bizantino di Castelbuono, prima che Aldoino Ventimiglia vi facesse trasferire gli abitanti di Fisaulo. Prima ancora, durante la dominazione araba Castelbuono si chiamava Ruqqak Basili e pare che l’attuale chiesa matrice sia stata originariamente una moschea. E’ facile intuire la predisposizione all’accoglienza in un luogo che ha vissuto tanti (s)cambi culturali nei secoli, però arrivato a Venerdì ancora non avevo trovato un posto per dormire e tutto il paese sembrava pieno come un uovo. Ci sarebbero stati posti letto disponibili a qualche chilometro dal centro, ma io dovevo andare in treno e farmi 10 Km a piedi alle 3 di notte per strade deserte e sconosciute non mi sembrava una idea brillante.

Avevo scritto un post sul gruppo Facebook del festival, come fanno in molti alla disperata ricerca di passaggi, biglietti, ospitalità; io cercavo aiuto e nonostante qualcuno si sia proposto di darmi una mano, alle 22:30 di Venerdì, seduto davanti ad un tagliere di polpette e salumi silani in un locale di Dipignano, con accanto un paio di bottiglie vuote di Chimay Bleue e della buona compagnia, avevo solo una serie di “ti faccio sapere a breve”.

Dovevo rassegnarmi all’idea che anche il Sabato era sfumato e dire addio a Kiasmos e Crystal Castles. Potevo ancora sperare nella Domenica, anche se avrebbe voluto dire passare tutta la giornata in viaggio tra treno ed autobus, farmi dodici ore di andata sei ore di concerti ed altre dodici ore di ritorno. Avevo ancora la possibilità di farcela, dovevo solo trovare un letto per tre ore e poi finalmente Savages, Minor Victories e Daughter. Un’auto, un materassino, un divano, qualunque cosa sarebbe andato bene…erano solo tre ore, solo tre cazzo di ore.

 

Sabato

Da quando ho scoperto le dosi magiche per fare una piada come piace a me, solo con olio d’oliva, farina, sale ed acqua, che sia sottile al punto giusto e leggermente friabile, sfogliata quanto basta, ho smesso di comprarle. Ci metto 4 minuti e trenta secondi ad impastarla con un cucchiaio e poi un poco a mano per darle una forma sferica; la lascio riposare in una ciotola con della pellicola per almeno mezz’ora e così la maglia glutinica si struttura a sufficienza.

A me piace poi cuocerla in forno e vedere le bolle che si alzano durante la cottura, ma anche in una padella antiaderente o su una piastra il risultato non è male. Pochi minuti e posso farcire la mia sfoglia ancora calda con quello che trovo in frigo, ché è buona anche oltre il cliché di stracchino, rucola e crudo.

Sabato a pranzo era la volta del pomodoro e mozzarella. Tolto dal frigo dieci minuti prima, il Cirò rosato nel bicchiere regalava ad ogni roteazione un bel profumo di frutta fresca e fiori di campo, anche un leggero sentore minerale. Un morso e poi un altro e poi un sorso di vino e la notifica appare: è fatta, il letto c’è ed è a cinquanta metri dalla fermata dell’autobus. Lo prendo cazzo! Si, si, lo prendo al volo!

Riesco a convincere anche il mio amico Raffaele a venire con me; due giorni di viaggio passano prima se si è in due e poi la stanza è grande e ci sono due letti liberi. Partirò con lo zainetto, non ho bisogno di tanta roba, solo un cambio per il viaggio, una bottiglia d’acqua, qualcosa da sgranocchiare e la macchina fotografica. Porterò una sola lente e decido che la scelta migliore è la 50mm, tanto non starò sotto al palco e vorrei fare anche qualche scatto per strada.

Raffaele prepara due porzioni di parmigiana da mangiare il giorno dopo e la sveglia l’ho impostata alle cinque del mattino. L’acqua è già in freezer ed i tarallini nella tasca dello zaino. I biglietti del treno ce li ho sul telefono e non mi resta che andare a letto presto.

 

Domenica

La Regione Calabria emana un comunicato riguardo all’allerta meteo prevista per tutta la giornata di Domenica. Pare ci sia in arrivo una specie di ciclone che metterà a rischio la viabilità, i traghettamenti ed ogni tipo di spostamento. Questa storia sta diventando una barzelletta. Sta di fatto che nella notte a Cosenza è piovuto un po’, ma alle 6 del mattino, quando a piedi raggiungo casa di Raffaele ed insieme ci incamminiamo verso la stazione, il tempo non sembra così brutto.

 

imbarco a Villa S.Giovanni - ph. Antonio Serra
[imbarco a Villa S.Giovanni – ph. Antonio Serra]

Con il treno attraversiamo un acquazzone tra Lamezia Terme e Rosarno, poi a Bagnara c’è già il sole e la traversata dello stretto sembra salva. E’ il momento del rito al quale nessuno può sottrarsi: l’arancino sul traghetto. Non ho mai capito se sono davvero così buoni oppure se sembrano deliziosi solo perché è la prima cosa appagante dopo ore di scomodo viaggio. Di certo c’è che ti si piantano sullo stomaco per qualche ora dopo averli ingeriti.

Nella stazione di Messina manca più di un’ora prima del prossimo treno e la sala d’attesa inizia a popolarsi di qualche sparuta faccia da concerto, tra piccioni che svolazzano, bambini che schiamazzano, signore che starnazzano, stranieri che si incazzano e ragazzi che sghignazzano.

 

stazione di Messina - ph. Antonio Serra
[Stazione di Messina – ph. Antonio Serra]

Il treno per Cefalù ha l’aria condizionata a palla e una volta scesi a destinazione lo sbalzo termico è notevole. Scendiamo sul lungomare e la prima panchina libera diventa una tavola imbandita. La parmigiana sa proprio di Sicilia ed il panorama è da cartolina. Il viaggio è stato lungo e lo stomaco brontola ancora; poco sopra il lungomare c’è un chiosco che fa panini con panelle e le immancabili crocchette. Ci vorrebbe un bicchiere di Grillo bello fresco, ma il proprietario non ce l’ha e ci accontentiamo di una lager in bottiglia.

 

Lungomare di Cefalù - ph. Antonio Serra
[Lungomare di Cefalù – ph. Antonio Serra]

Le stradine di Cefalù sono intarsiate di negozi, locali e turisti. La spiaggia trabocca di gente. Passiamo per la cattedrale e concludiamo l’anello tornando fino alla stazione. C’è un altro ragazzo di Cosenza che fa il nostro stesso viaggio, ha i capelli ricci, un sacco in spalla e ci conosciamo di vista ma non di nome. Io con in nomi sono una frana perciò, appena dopo esserci presentati, il suo nome me lo sono già scordato (scusami amico!). E’ seduto accanto ad una ragazza, siciliana, che viene non so da dove ed è diretta pure lei a Castelbuono. L’amico senza nome è riuscito a scroccarle un passaggio, ché lei la viene a prendere un amico in stazione, ed il suo prossimo passo sarà scroccare da dormire al camping (alla fine non ci riuscirà e la mattina dopo ci saluterà devastato dalla stanchezza…per fortuna io ho trovato un letto!).

 

il Duomo di Cefalù - ph. Antonio Serra
[il Duomo di Cefalù – ph. Antonio Serra]

Tre ore dopo aver messo piede a Cefalù arriva l’autobus e nel giro di mezz’ora abbondante siamo a destinazione. Un totem ci indica la strada fino al castello e dopo aver pagato i biglietti ed indossato il braccialetto esploriamo il borgo.

 

Castelbuono

Le strade di pavé sono strette e piene di vicoli. Ristoranti e tavolini si alternano a chioschi di birre e rosticceria. C’è una degustazione del panettone tradizionale, fatto a cubetti, sul quale ti spalmano una crema color nocciola. Poi c’è la testa di turco: un dolce fatto con delle cialde fritte, tipo chiacchiere, che vengono spezzettate grossolanamente in una teglia e ricoperte di una crema bianca al limone e cannella. Un Insolia Vendemmia Tardiva lo fa diventare una festa per il palato.

 

Matrice Vecchia di Castelbuono - ph. Antonio Serra
[Matrice Vecchia di Castelbuono – ph. Antonio Serra]

La Chiesa Matrice Vecchia (quella che pare sia stata una moschea) è in una piazza fuori dal flusso di gente che ha invaso il centro. Poco distante, sul corso c’è la fontana della Venere Ciprea con la statua di Andromeda che dall’alto fa la guardia a Venere e Cupido. Più in là l’ex Chiesa del Crocifisso che sarà il palcoscenico di una serie di performance di artisti che meritano una dimensione più intima. Noi non riusciremo a partecipare: i posti all’interno della chiesa sono limitati e la fila per entrare è considerevole.

 

vicoli di Castelbuono - ph. Antonio Serra
[vicoli di Castelbuono – ph. Antonio Serra]

Per le strade gira la banda musicale del paese che esegue classici pop-rock in processione verso il castello ed in alcuni vicoli ci sono dei palchi improvvisati con delle band che suonano micro-concerti per gli astanti.

 

Il panettone di Castelbuono - ph. Antonio Serra
[Il panettone di Castelbuono – ph. Antonio Serra]

L’atmosfera è unica, di un fascino impensabile, ma noi siamo svegli da tredici ore ed abbiamo bisogno di una doccia. La stanza è dentro un appartamento pulito ed ordinato. C’è il caffè e le brioches, dell’insalata ed un barattolo di salsa caesar. Quando torniamo presentabili sono già le 20:00 e non vogliamo finire troppo indietro rispetto al palco. Percorso il viale in mezzo a due file di oleandri, attraversiamo l’arco che delimita le mura del castello, siamo tra i primi ma non vogliamo stare alle transenne e ci scegliamo due gradini sulla scalinata di fianco al palco. Siamo in prima fila senza lo sbattimento della folla. Il tempo di una birra alla spina e lo spettacolo può cominciare.

 

Raffaele a Castelbuono - ph. Antonio Serra
[Raffaele a Castelbuono – ph. Antonio Serra]

Ypsigrock

Il primo a salire sul palco è un ragazzone scalzo, vestito completamente di nero con uno strano disegno bianco sul petto, mascherato. La prima cosa che fa è una serie di flessioni, poi si alza, infila gli stivali, tira fuori un cappello da Zorro ed un grande mantello nero con lo stesso disegno strano che ha stampato sulla maglietta aderente. Willis Earl Beal beve acqua da un bicchiere di vetro e detta le regole della appena formata congregazione alla quale ci ha ammesso: The Church of Nobody, la chiesa di Nessuno. Il fatto che si stia per assistere ad una liturgia verrà ampiamente chiarito dalla performance intensa e sentita. L’artista impone il divieto assoluto di applaudire e l’obbligo di “piantare il culo a terra” per tutta la durata del set.

Beal è un filosofo, poeta, performer, ma soprattutto un vocalist portentoso con una attitudine punk, anarchica ed anticapitalista. E’ talmente punk che canta il suo soul su basi di synth e drone, lanciandole di volta in volta da un lettore mp3 che ha buttato a terra sul palco, è talmente punk ed incoerentemente anticapitalista da usare un iPod. E’ dannatamente bravo.

 

Willis Earl Beal - ph. Antonio Serra
[Willis Earl Beal – ph. Antonio Serra]

Sulle assi all’ombra del castello ondeggia come un crooner, con movenze e gestualità da artista brillante ed allo stesso tempo impacciato. Lo fa perché quel cliché possa stridere con il suo costume, il suo essere naïf, perché possa stridere con la sua musica scura ed introversa, sofferta quanto la sua biografia (andatevela a cercare). Allo stesso modo l’artigianalità spartana, ostentata e arrangiata nell’utilizzo dell’iPod stride con il perfezionismo dei suoi vocalizzi. Tra un brano e l’altro non ci risparmia i sermoni e la sua dottrina e nonostante la quantità di concetti espressi, la sua performance è molto fisica. Prima di lasciare il palco chiosa dichiarandosi uno sporco capitalista e ci invita a comprare i suoi dischi.

Se sia stato uno spettacolo da festival non saprei dirlo, di certo in un club avrebbe reso di più, sia come impatto che come coinvolgimento emotivo. Ad ogni modo si è trattato di una piacevole scoperta.

 

Claudia

Raffaele si allontana per prendere due birre ed i nostri posti sono talmente buoni che subito una ragazza munita di una 5D Mark Qualcosa con sopra uno zoom grosso quanto un obelisco si fionda per accaparrarsi lo spazio vuoto. Le chiedo timidamente scusa e le dico che il posto sarebbe occupato dal mio amico che si è allontanato giusto un attimo per prendere due birre. Da dietro ai suoi occhiali grandi mi risponde che dovrebbe lavorare e mi sorride con le labbra amare di chi combatte spesso contro il pregiudizio (ma che? Ora far foto ai concerti è pure un lavoro?). La conosco quella sensazione di quando ciò che fai viene svilito, dato per scontato, banalizzato, perciò scendiamo a patti e le offro uno spazio in mezzo tra Raffaele e la fila di sotto. Il piercing che ha sul labbro ondeggia un po’, poi alza le sopracciglia e spalanca gli occhi profondi: affare fatto!

 

tetti di Castelbuono - ph. Antonio Serra
[tetti di Castelbuono – ph. Antonio Serra]

Quando arrivano le birre mi accorgo che si è seduta praticamente tra me ed il palco e che da qual momento in poi non avrei potuto scattare più una foto. Prendo coraggio e la interrogo, nel tentativo di convincerla a spostarsi, sul perché non fosse accreditata per stare nel pit con gli altri fotografi e poi se facendo le foto da lì avrebbe potuto pubblicarle lo stesso senza problemi, ché a me i problemi me li fanno quando mi accreditano per le foto se non rispetto certe regole. Però lei ha una risposta convincente per tutto e poi è così carina ed ha un paio di obbiettivi niente male con i quali fa foto nettamente superiori ai miei standard.

Alla fine è lei a convincere me, perché sono un pappamolle ovviamente, e poi perché lei è anche simpatica e comunque stanno già salendo sul palco i Minor Victories ed in più lei dice di aver avuto di recente un trauma acustico, quindi si infila nelle orecchie dei tappi e fine della conversazione.

 

Shoegaze

L’espressione supergruppo di solito porta in seno una delusione. Le aspettative sono talmente alte che c’è sempre qualcosa che alla fine ti lascia l’amaro in bocca. Credo sia una questione di alchimia, di chimica, di fortuna anche: una band che funziona è il frutto di un lavoro duro e lungo, di sacrifici e di scelte, di convivenza e di legami da coltivare giorno per giorno. La stessa formula magica che determina la fortuna di un rapporto di coppia si può applicare alle band, con l’aggiunta che invece di essere solo in due si è anche di più.

Alcune coppie sembrano perfette sulla carta; entrambi bellissimi magari, oppure simpatici. Alcune coppie sembrano essere fatti l’un* per l’altr* e tutti credono siano affiatatissimi, poi si scoprono distanti anni luce perché qualcosa non funziona o perché quel pollice verde di cui sopra non ce l’hanno.

I Minor Victories sono una ensemble fatta da pezzi (importanti) di Mogwai, Editors e Slowdive e sulla carta sono un sogno. Quando Rachel Goswell raggiunge il microfono a piccoli passi, vestita di rosso, elegante e fascinosa come solo lei sa essere, dietro di me c’è chi si commuove. Stuart Braithwaite e Justin Lockey fanno partire il muro sonoro che più che essere la somma del suono di Editors e Mogwai ne sembra l’esaltazione. Poi Rachel inizia a cantare e tutto acquista un senso compiuto.

Se avete ascoltato il loro disco d’esordio e non vi è dispiaciuto, andate a vederli dal vivo e vi convinceranno. Questo non è solo un progetto-bancomat, per tirar su qualcosa tra un disco ed un altro con i rispettivi main-projects, questo è un lavoro ambizioso e degno di nota. Questo è un viaggio dentro ai ricordi ed un salto dentro al cuore. Rachel Goswell accarezza con la voce ogni testa che si muove al ritmo dei sound-scape in fullcolor. Rende magico ogni contrappunto. Quando poi imbraccia anche la chitarra ai più tremano le gambe.

Il loro set è perfetto e finisce tra lo scroscio della folla ormai caldissima. Anche loro sembrano soddisfatti e vanno via sorridenti indugiando solo un poco per lanciare al pubblico plettri e bacchette e, nel caso di  Stuart Braithwaite, raccattare la bottiglia di vino rosso (pare, secondo l’unica fonte poco attendibile che ho trovato, sia stato un taglio bordolese delle Madonie) che teneva accanto alla pedaliera.

Anche Claudia se ne va; un ragazzo attaccato alle transenne le fa cenno di scendere ché c’è posto e lei si fionda salutandoci frettolosamente. Non la rivedremo più lei ed il suo bazooka 70-200mm.

 

Claudia - ph. Antonio Serra
[Claudia – ph. Antonio Serra]

Post-Punk

Qui bisogna partire da lontano. Io direi da una data ben precisa in un posto ben preciso: Manchester, 4 Giugno 1976. Parlo di un famoso evento che ha cambiato la storia della musica ed ha gettato le basi per quello che saranno poi la New Wave ed il Post-Punk in generale. E’ il concerto dei Sex Pistols e ad assistere ci sono quelli che poi diventeranno Buzzcocks, Joy Division, The Smiths, The Fall.

Mettiamo questo concetto qui, in alto a destra (usando un minimo di immaginazione). A sinistra ci mettiamo la regina della wave: Siouxie Sioux. Poi in basso al centro Lydia Lunch e Patti Smith. Il trigono dei fattori genera, dopo decadi di musica viscerale metabolizzata e trangugiata a secchiate alla volta, una band che vi prende a calci in faccia dalla prima all’ultima nota: Savages. E se le conoscete ho detto tutto, può bastare, saltate al paragrafo successivo e ci vediamo dopo.

 

Savages - ph. Antonio Serra
[Savages – ph. Antonio Serra]

Se state ancora leggendo vuol dire che non le conoscete e mi dispiace per voi. Però vi consiglio caldamente di rimediare, subito. Perciò recuperate i loro due album fin qui stampati (anche solo il primo se non avete abbastanza soldi) ve li ascoltate mentre condividete questo articolo sui vostri profili social e ci rivediamo qui tra mezz’ora. Andate in pace.

Fatto? Bene, avete sentito la furia e l’urgenza di queste quattro londinesi? Avete percepito il peso specifico del macigno che preme sui loro stomaci? Ora pensate a quanto può essere devastante una performance di quattro belve affamate come Jehnny Beth e compagne. Ecco, è stato di più.

 

Savages - ph. Antonio Serra
[Savages – ph. Antonio Serra]

La piazza del castello era un recinto d’aria densa, elettrica, satura di suono e sudore. La batteria di Fay Milton cadenzava il ritmo del rituale sabbatico mentre Ayse Hassan scolpiva totem di roccia con giri di basso tuonanti. Gemma Thompson maltrattava la sei corde per produrre feedback torrenziali che grondavano come lava dalle pendici del castello. Poi Jehnny Beth: sacerdotessa tarantolata che ha stregato un pubblico adorante, camminando letteralmente sulla gente, con la camicia intrisa di sudore, agitandosi ed incitando la folla, dimenandosi come un Iggy Pop giusto più elegante. Scalando quel trono che fu di Siouxie e saltandoci sopra con gli stivali neri per più di un’ora.

 

Savages - ph. Antonio Serra
[Savages – ph. Antonio Serra]

Roboanti, così sono state le Savages. E più di questo non so dire perché c’è poco da spiegare, a dire il vero, e chi le ha viste dal vivo lo sa. Omaggiano anche lo scomparso Alan Vega con una cover splendida di Dream Baby Dream e vanno via portandosi a casa il gagliardetto della performance più intensa dell’intero festival (e non lo dico solo io che ho visto giusto l’ultima sera). Alcuni dicono la più intensa degli ultimi dieci anni di festival, altri azzardano un “di sempre”. Io non so, non c’ero, però non lo dimenticherò facilmente questo spettacolo.

 

Soffocare

Essere gli headliner di un evento tanto atteso è una responsabilità. Quando poi prima di te c’è stato l’inferno e mezzanotte è passata da un po’ e tu fai musica commovente, non è facile salire sul palco e stare sereni. Elena Tonra e gli altri tre Daughter arrivano timidamente emozionati sotto le luci della piazza. In molti tra la gente sono qui per loro e si fanno sentire dando coraggio alla band che mette in moto il trasporto e ci guida in un morbido viaggio interiore fatto di delicati sussurri, chitarre gentili e ritmi vellutati.

 

Daughter - ph. Antonio Serra
[Daughter – ph. Antonio Serra]

La prima mezz’ora è un’onda ammaliante e perfetta. Non sbagliano una virgola e tra la gente i più cantano i testi a memoria. Il climax emotivo lo raggiungiamo quando arriva Smother e dopo il secondo verso, cantato in coro da praticamente tutti, la voce di Elena si spezza e singhiozza. Lancia uno sguardo a Igor Haefeli, imbarazzato anche lui sotto al berretto e dietro la chitarra, poi scuote la testa e si allontana dal microfono in lacrime. Restiamo per una frazione di secondo tutti ammutoliti, poi scende una lacrima anche a noi quando un boato si alza a darle coraggio. Lei si asciuga il viso con il telo bianco steso accanto alle spie e comincia il brano da capo.

 

Daughter - ph. Antonio Serra
[Daughter – ph. Antonio Serra]

Ora siamo tutti innamorati di Elena e della sua fragilità, della sua dolcezza. Qualcuno (più di uno in verità) le urla il suo amore, in italiano prima ed in inglese poi. Lei sorride sorniona e distante, arrabbiata con se stessa eppure felice di condividere questo momento con noi.

Ancora un pugno di brani, molti presi da If You Leave ma tanti soprattutto dal nuovo Not To Disappear, ancora qualche cenno di commozione, poi l’uscita di scena prima dei bis.

 

Daughter - ph. Antonio Serra
[Daughter – ph. Antonio Serra]

Youth la aspettavamo tutti ed arriva come l’ostia a messa, poi su Fossa ancora qualche lacrima prima del saluto definitivo. L’indomani saranno a Roma e sono già le due di notte. Troppe emozioni, troppa fatica, e loro saluti accorati, e noi urla di gioia e poi tanti grazie, di cuore.

 

Epilogo

I ragazzi si riversano per le strade di Castelbuono, per lo più diretti al camping dove c’è il party di chiusura. Noi passeggiamo un po’ sul corso tra gli sguardi felici ed ancora commossi. Il tempo solo di un calzone ed un arancino poi sono già le tre. Rinunciamo al camping a malincuore, così come abbiamo fatto per Giant Sand nel pomeriggio, e torniamo in stanza in un flusso continuo di “hai visto quando…” e poi di “che figata quando poi…” ed ancora di “che cazzo di suono però…” e via discorrendo.

 

vicoli di Castelbuono - ph. Antonio Serra
[vicoli di Castelbuono – ph. Antonio Serra]

Ho fatto i salti mortali per tre ore in un letto. Ho viaggiato sul percorso più bastardo d’Europa per vedere una sola serata di un festival favoloso. Mi sono fatto pettinare le orecchie da reverberi spaziali e spuntare la barba da chitarre affilate come rasoi. Queste tre cazzo di ore su un materasso sono passate senza che me ne accorgessi, mentre parlavo della voce di Rachel, della rabbia di Jehnny, degli occhi dolci di Elena.

Il viaggio di ritorno passa in fretta anche quando non hai chiuso occhio tutta la notte se hai addosso l’adrenalina di un concerto così, tra una manciata di ragazzi calabresi come noi che tornano a casa. Qualcuno lo conosciamo già, con qualcun’altro facciamo amicizia. Fino a Cosenza ci portiamo discorsi e ricordi di una serata memorabile. In stazione, zaino in spalla, facciamo a piedi la strada a ritroso. Sono passate 36 ore esatte e non sento più nulla. Trentasei ore di fila e senza droghe: sono felice e non mi importa.

 

Arrivo a casa e svuoto le tasche, poi mi spoglio ed apro la doccia canticchiando. Il mio rito del ritorno sono gli spaghetti al pomodoro; sanno di casa e di conforto. Rinfrancano lo spirito soprattutto quando hanno accanto un bicchiere di Magliocco. Poi mi stendo sul letto e non voglio pensare che domani tornerò ad un lavoro grigio e freddo. Oggi ho ancora Castelbuono addosso ed il prossimo anno…cazzo, chissà chi ci sarà il prossimo anno! Io quasi quasi prenoto già da ora la stanza…anzi no, il prossimo anno tenda…però qualche giorno in più per stare un po’ a Cefalù al mare non sarebbe male…dai, ora cerco in rete così chiamo e mi tolgo il pensiero. Sì, è deciso, domani a lavoro prenoto una settimana di ferie per le date della prossima edizione.

Ecco, cosa mi accadrà quest’anno ancora non lo so, ma se avrete pazienza qualche giorno ve lo racconto. E magari questo fine settimana ci vediamo lì!