SLABDRAGGER: SLUDGE METAL LONDINESE

Nati  nei  sobborghi  londinesi  di  Croydon  gli  Slabdragger sono formati da Sam Thredder  (chitarra e voce)  Yusuf Tary  ( basso e voce)  Jack Newnham (batteria).   Dal 2008 macinano  Sluge -Metal,   Doom,   Stoner  e  tutto  ciò  che  ruota  intorno  a  queste  sonorità,  il  loro  debutto  risale  al  2011,  nel  2012  hanno  condiviso  un  split  con  i  Meadows. Arriva  finalmente  in  questi  giorni  il  loro  secondo  atteso  album  dal  titolo  “Rise of the Dawncrusher”  in  uscita  per  Holy  Roar Records.

L’ intento  della  band  è  chiaro  da  subito:  scaricarci  in  testa  tonnellate  di  riff mastodontici  e mefitici, trascinandoci  nelle  profondità  più  torbide  e  allucinate  della  loro  musica  distorta, psichedelica  e  rallentata.  “Più’  pesanti  di  un migliaio di  Buddah  di  bronzo”  come  amano  definirsi,  il  power  trio  dalla  periferia  di  Londra  trae  le  sue  influenze  da   gruppi   storici  degli  anni  settanta  come  Black SabbathCreamMC5Yes, Pink Floyd  e  da  altri  dagli  anni  ottanta/ novanta  fino  ai  giorni  nostri  come i  KyussMelvinsSleepMastodonOrange GoblinConverge,  o  gli italianissimi  e  strepitosi  Ufomammuth  con  i  quali  hanno  anche  condiviso  diversi  palchi.

Rise of the Dawncrusher” è  composto  da  cinque  brani, quasi  tutti  dal minutaggio elevato  e  dalla struttura  inestricabile  e ipnotica, si comincia diretti e senza fronzoli con il riff monolitico di “Mercenary Blues”, una strofa dai vocalizzi  potenti che ci proietta in una parte centrale avviluppata su se stessa, tra  il filter sweep dei sintetizzatori e fraseggi di chitarre gigantesche  come l’ astronave  in  copertina.  Sbucano poi anche dei vocoder dal mare di Larsen degli  amplficatori  valvolari. La voce del  front man si mostra subito nelle  sue possibili  antitetiche varianti:  talvolta urlata  e cristallina (a mio parere la più interessante), oppure in scream e acida  in stile Banshee, sempre accompagnata dai growl profondi del bassista. “Evacuate!” è il  brano più breve della track list, caratterizzato  da  un  attacco  di  basso  e  batteria  devastante   e  da  un  velocità  piuttosto  sostenuta, è  un  Blues  catramoso  e  dopato  che  ci  riporta  a  sonorità  al  cardiopalma  della  “Motor City”  Detroit  e  alle  sfuriate  del  compianto  Lemmy Kilmister e  soci.  E’ il momento di  “Shrine of Debauchery“,  dodici  minuti  di  puro  Sludge  psichedelico  e spaziale,  brano   interessante  nel suo  essere  matematico  e progressivo  dove  licks  di chitarre  ci  teletrasportano  attraverso  una  galassia  di  feedback  e  oscillatori  impazziti, preludio  alla  cavalcata in slow-motion, esoterica  e  celebrale, che  caratterizza  il  finale. L’ andamento  cadenzato  e  misticheggiante   richiama  alcuni  momenti  epici  dei Tool  di  Undertow. I  nostri  “fabbri”  londinesi  non  concedono  respiro, ne  alcun  tipo di sollievo  sonico,  arrivano  infatti  i  quindici  minuti  marmorei  di  “Dawncrusher Rising” una  scorribanda  infernale  e  progressiva  nello  spazio  profondo. Nell’aria  aleggia  solforico  King Buzzo. Batteria e  basso  sono  pantagruelici  e  sfornano  a  ripetizione  grooves  piombati, la   sei  corde sciorina  ritmiche  ostinate  e  passaggi  Heavy  Metal  fino all’ormai  consolidato  finale  Noise   in  cui  tutto  il  tessuto  sonoro  si  destruttura  e  decompone  in  fischi, rumore  rosa  e  rasoiate  di  sintesi  analogica  rumoristica. Si  chiude  con  uno  dei brani  che ho preferito “Implosion Rites” altra  “Stoner  Suite”  accompagnata  da  una  linea  vocale  armonizzata  che  ricorda  i   Jane’s addiction  più  lisergici  o  gli  Alice in Chains, in  questo  brano  compare  nella  parte  centrale  un  assolo di  chitarra lungo  e  strutturato,  soluzione  inedita  per  il  trio. Tappeti  di  chitarre  e  vocalizzi  epici  e  carichi  di  delay  sanciscono la  fine  catartica  del  viaggio.

Un  bel  disco, potente  e  massiccio, come   piacerebbe  ad  ogni  headbanger  che  si rispetti,  certo  niente  di realmente  nuovo sotto al sole, ma  neanche un  mero  “copia e incolla” come  spesso  accade  in  questo  genere.  Senza  dubbio suonato  e  registrato  bene, i  pezzi sono sentiti e a fuoco, reggono  abbastanza  bene  anche  minutaggi  a  volte  forse  eccessivi, ottimo anche  l’ utilizzo  dei  sintetizzatori,  rimane  il  dubbio  sulla  scelta  bipolare  dell’ uso  della  voce  del  cantante  che  ho  apprezzato  decisamente nella versione  più  “pulita”  rispetto a  quella da “strega del male”  che invece  occupa  buona  parte dell’album  e  non  arricchisce  in se le canzoni,  anzi… Da seguire con attenzione.

Slabdragger – Rise of the Dawncrusher (2016) – Holy Roar Records

TRACKLIST:

  1. Mercenary Blues
  2. Evacuate!
  3. Shrine of Debauchery
  4. Dawncrusher Rising
  5. Implosion Rites

 

Autore: Diego De Franco

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