MARLENE KUNTZ W/GIORGIO CICCARELLI @ TAU UNICAL – Rende (CS), 17 Marzo 2016

Un anno e mezzo fa, forse un po’ meno, era la fine di Novembre del 2014, nello stesso Teatro Auditorium dell’Unical, i Marlene Kuntz vennero a ricoprire le assi del palcoscenico delle spore del loro disco d’esordio. Il tour dei vent’anni di Catartica ha fruttato profusioni di sold-out (la data di Cosenza fu una di queste), isterismi collettivi e passato una bella mano di smalto sul nome di una band che, c’è poco da discutere, è l’essenza stessa del rock alternativo Italiano.

Quelle spore gettate più di un anno fa, davanti ad una platea traboccante e scatenata, sono state più che feconde tanto da portare la band cuneese alla realizzazione a stretto giro di un album, Lunga Attesa, che di quel tour trionfale riprende l’attitudine, le sonorità, la ritrovata energia dopo anni dedicati alla ricerca dei silenzi.

Stavolta l’auditorium è pieno per tre quarti ed è un peccato, perché la serata che inizia poco dopo le 22:00 sarà densa e piena di sorprese.

L’onore di aprire le danze spetta a Giorgio Ciccarelli, fresco di album uscito da qualche mese, che dopo la “cacciata” dagli Afterhours torna davanti al microfono come fu ai tempi dei Sux. Il pubblico dei Marlene e quello degli Afterhours spesso si interseca, quindi sono sicuro che tutti sapessero chi fosse quello strano signore entrato sul palco con le luci in platea ancora accese, borbottando da lontano verso il microfono mentre imbraccia la sua fida Telecaster.

Tuttavia Giorgio c’ha messo almeno un paio di brani prima di coinvolgere a dovere il pubblico. Colpa forse dell’ironia tagliente e della ricerca sonora dei primi due brani del lotto, non esattamente facilmente fruibili, dell’ingresso inatteso e spoglio di atmosfera. Ma anche, di contro e dopo pochi minuti, merito di una solida struttura  dei brani, forte di una notevole esperienza musicale, tanto quanto di una band preparata, affiatata e con tra le fila un bassista istrionico che sarà mattatore  e gigione quanto basta per riuscire a coinvolgere il pubblico con le sue pose, le sue facce ed i suoi salti da sopra all’ampli.

Ciccarelli fa un buon lavoro, nonostante paghi caro i quindici anni passati dietro ad Agnelli: perché una tale sovraesposizione, si sa, non può far bene ad una carriera solista, parallela e non. Lui però una carriera ce l’aveva anche prima e sa il fatto suo. Inoltre il suo disco d’esordio (da solista) non è male, la qual cosa non può che avvantaggiare una prossima e certa emersione dell’artista.

Venti minuti scarsi e subito ci si dà da fare per smontare tutto e liberare la scena ai titolari della locandina appesa fuori dalla porta. L’attesa è tanta, il pubblico scalpita e l’ampia coltre di fumo che vaga per la sala annebbia la vista di molti.

Dopo millesettecento concerti in poco più di vent’anni…scusate, ma credo sia opportuno ribadire certe cifre: millesettecento in vent’anni…i Marlene Kuntz escono dalle quinte, imbracciano gli strumenti e partono con La Città Dormitorio, tratta dal nuovo disco, chiarendo subito cosa hanno in serbo per noi e per il prosieguo della serata: feedback, distorsioni, riff di chitarre che si intrecciano come ai tempi de Il Vile.

La scaletta sarà progettata in stanze da quattro brani: due del disco nuovo, due ripescati dall’enorme repertorio. Il grande lavoro fatto sugli arrangiamenti assicura una continuità sonora anche durante gli episodi presi della seconda parte della loro carriera, quelli più morbidi per intenderci, che vengono vestiti di nuova luce elettrica e rabbia ritrovata. La sensazione è che Godano e compagni (ma più Godano, ça va sans dire) voglia dimostrare come, in realtà, quella scintilla ci sia sempre stata, solo era rimasta volutamente sotto cenere. Da Fecondità si passa subito a L’Odio Migliore e poi Cara E’ La Fine, tutte e tre suonate con l’adrenalina a mille, per consegnare alle orecchie fischianti della prima fila un inizio come si deve.

Le stanze servono anche allo scopo di creare parallelismi tra la nuova produzione ed il repertorio classico. Non si può negare che questi Marlene abbiano tratto non poco giovamento dal sopracitato tour, che spostando indietro di vent’anni le lancette ha dato loro un effetto ringiovanente, se non nell’aspetto fiero e brizzolato, di certo nella voglia di non risparmiare neppure una goccia di sudore. E neppure una goccia ne risparmieranno i quattro durante le due ore piene di chitarroni ed ampli a palla.

Da qui in poi è una cavalcata senza soluzione di continuità che sazia orecchie e spirito. A Fior Di Pelle e Osja Amore Mio seguono a Lunga Attesa e Narrazione, poi Sulla Strada Dei Ricordi ripercorre alcuni dei brani più amati dell’ensemble piemontese attraverso citazioni e riferimenti che i fan più accaniti avranno certamente apprezzato. La Noia è il pezzo più tirato dell’album e dal vivo non delude le aspettative, tanto che la sua carica elettrica infetta il primo degli imprescindibili singalong, La Canzone Che Scrivo Per Te, che si colora di un nervoso ed inaspettato blu elettrico.

Dopo Il Genio, Niente Di Nuovo e Leda (a detta di molti il brano più riuscito dell’album, io ancora non ho deciso a riguardo) la prima tranche di spettacolo si conclude sulle note di Io E Me e La Lira Di Narciso, con Godano che presenta i comprimari e la band tutta che saluta sorniona uscendo di scena ben conscia degli incitamenti, i battiti di mani, gli urli e le richieste di tornare sul palco che di lì a poco sarebbero sgorgati dal proscenio.

Il bis si apre con Una Canzone Arresa, brano latitante da un po’ dalle scalette e che aveva riecheggiato tra le citazioni di Sulla Strada Dei Ricordi, appunto, eseguita qualche minuto prima. Paolo Anima Salva è forse il primo ed ultimo interludio soft in programma e lascia subito spazio al classico dei classici: Nuotando Nell’Aria viene interpretata con ancora più pathos di due anni fa, con un Tesio che finalmente si schioda dalla sua posa un po’ da impiegato un po’ da sosia di Mike Mills degli R.E.M. , ed è anche il solo brano tratto dal disco d’esordio dopo la grande abbuffata.

Sul finale le uniche parole di Godano (che Fecondità non sia un monito rivolto allo specchio?) il quale subito dopo dà il tempo al compagno di chitarre per l’attacco di Bellezza che chiude come un eponimo il concerto.

“Ne avremmo voluto di più” è la frase stampata in fronte a quasi tutti i presenti, però stasera ho una certezza, che i Marlene Kuntz ci sono, sono tornati ringiovaniti oppure non se ne sono mai davvero andati. Millesettecento concerti e non sentirli…o forse, a pensarci bene, sentirli tutti e sapere perfettamente che cosa farne.

 

Autore: Antonio Serra

 

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