M A I N S T R E A M – C A L C U T T A

Ci sono quei giorni in cui tutto sembra essere iniziato nel modo sbagliato. La nebbia, le code nelle zone limitrofe alle scuole, i ritardi e il silenzio di un’autoradio che si preferisce spegnere piuttosto che ascoltare. Poi però ti ricordi che da qualche parte hai questo disco qui, con questo nome provocatorio: MAINSTREAM, appunto. Ecco che d’un tratto tutto quel silenzio quasi assordante viene assorbito dalla voce di questo artista strano, Calcutta. È bassetto, bruttino, si veste maluccio e sembra la controfigura di Tomas Milan, insomma potremmo definirlo l’anti-indie . Eppure in questa sua personalità c’è un qualcosa che va oltre il talento musicale, perché di questo in Calcutta ce né poco e lui stesso ne è consapevole. Sto alludendo all’imprevedibilità. È un personaggio imprevedibile quanto impenetrabile. Capace di stupirti. Tutto questo è palpabile nel disco. Dove la tracklist sembra uno scherzo che vede il continuo alternarsi di pezzi che hanno un’orecchiabilità senza precedenti ad Intermezzi  che spezzano la magia che si crea dopo il suo ascolto che diventa quasi interattivo.

Mainstream è un viaggio in macchina, un karaoke di meno di mezz’ora che scorre via come i chilometri che stai percorrendo. Tutto inizia a bomba con Gaetano e Cosa mi manchi a fare, per poi scemare con il primo Intermezzo quello che resta forse il più bello, che ci permette di prendere fiato preparandoci ad una tripletta di incredibile orecchiabilità che decolla con Milano, passando per Limonata per poi atterrare con Frosinone, probabilmente il pezzo migliore dell’album.

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Altra pausa forzata con l’ennesimo intermezzo in perfetto stile Contessa (mai così fuori luogo) ed eccoci a Del Verde che sembra una sorta di lullaby da cantare su una spiaggia di Sardegna.

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Dal Verme è l’ultimo (finalmente) intermezzo e con cui si arriva alla fine del disco che si chiude con Le Barche, uno dei pezzi dove probabilmente è possibile ascoltare un po’ di Venditti.

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Calcutta non è un artista, non è bello,  non è carismatico, è impacciato e timido ma in Mainstream e nei suoi live una cosa su tutte prevale e lo rende unico: l’incredibile orecchiabilità dei suoi pezzi, che riescono a entrarti nella testa dopo pochi secondi e lo rendono estremamente radiofonico, ma ancora più sorprendente è la sua imprevedibilità, capace di stupire chiunque: le sue scomparse tra il pubblico, gli abbracci, le canzoni fatte cantare dai fans sottolineano ancora una volta quello che probabilmente è il suo vero punto di forza.
Calcutta è quello che non vorresti vedere, eppure quando sei lì non riesci a non amarlo, nel suo cappotto blu e nella sua stravaganza riesce per 30 minuti a liberarti la testa da ogni problema. Mainstream non si vive, non è un album che ha tematiche da cantautorato, non ha una parte strumentale degna di un pezzo pop, è semplicemente un qualcosa da consumare in macchina o ad un live con il sorriso e la consapevolezza che le sue canzoni ci accompagneranno fino a casa non so di chi. Ve lo giuro.

Riflessioni di Francesco Costa /
Illustrazioni/disegni di Esel Ciulla / Simpaticomimetica

In più vi lasciamo una Cover di ”Cosa mi manchi a fare” di Vanessa Tomasin

Guarda anche: Federico Cimini – La Fine – La rappresentante di Lista + Calcutta

 

Consulta anche: Agenda Concerti


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