I LOVE YOU / MANAGEMENT DEL DOLORE POST-OPERATORIO

Nel giro di un anno i Management Del Dolore Post-Operatorio escono con due album, dopo quel gran pezzo di lavoro che era Auff!, uscito nell’ormai lontano 2012, e quindi McMao, ci deliziano con I Love You. Al netto del primo album di una vita fa, Mestruazioni, con il successone di Auff! e tutto quello che ne è venuto dopo, i MaDe DoPo, se hanno guadagnato meritatamente un gran numero di seguaci, si sono anche beccati la ‘nuvola di Fantozzi’ a inseguirli. Quella che dice“si devono consacrare”! Se McMao era stato preso con le pinzette “si, però… sai, Auff! … non male, manca qualcosa”, i commenti al primo ascolto dell’ultimo album (prodotto da La Tempesta) non sono stati benevoli. Insomma, a detta dei più, questa consacrazione non sembra essere arrivata.
Ma (foscoliano – che sconvolge tutto quello appena detto), ad ascoltar bene il quartetto di Lanciano, ci piazza come prima traccia un brano dal testo perforante che non può lasciare indifferenti. Se Ti Sfigurassero Con l’Acido, a mio modo di vedere, proprio in apertura, vuole essere una chiara presa di posizione per ‘allontanare’ una parte di fanbase ‘bigotta’ che, verosimilmente, non ha mai afferrato lo spirito della band, perché i Management in questo disco si sono messi a fare sul serio: linguaggio più estremo, anche più sporco e scorretto. Fuori quel pizzico di incazzatura adolescenziale; dentro tante cose da dire, come sempre, e un pensiero filosofico forte, coerente (anche se dice di non esserlo) e preponderante, senza bisogno di urlare, che forse rende I Love You il vero manifesto della maturità della band. Si infila prepotente nella cultura punk, trascendendo l’aspetto musicale e elevandosi a tutto tondo a fenomeno del genere.


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Anche se sui primi brani si inciampa leggermente e c’è, senza dubbio, bisogno di qualche ascolto ripetuto, come Vieni All’Inferno Con Me che però dal vivo ha già il suo mood e si capisce lontano un miglio che Romagnoli ci tiene particolarmente al brano e lo trasmette con la sua carica, la seconda parte è, già da subito, devastante, con i ritmi trascinanti di Il Primo Maggio, Per Non Morire e Lasciateci Divertire. Proprio quest’ultima avvalora ancor di più la tesi relativa al brano d’apertura prendendo nettamente le distanze, ancora una volta, dai ‘moralisti’ e chiude l’album con un messaggio chiaro: “Maturità dell’uomo: significa ritrovare la serietà che da bambini si metteva nel gioco”. L’aforisma di Nietzsche mi dà una grossa mano per spiegare come interpreto il ‘linguaggio’ di Romagnoli e della sua band. Un concetto che ritorna in questo album ma è già presente negli album precedenti, in modo diretto in James Douglas Morrison di McMao (album che, tra l’altro, ho adorato), e velato in tutta la ‘poetica managementiana’. E presente, ancora, in modo assillante, è la figura di Dio che viene rivoltato nel tentativo apprezzabile di creare nuovi valori che possano mettere in discussione i principi che ci hanno portato in questa fase di stallo, che ancora si fa fatica a superare, e che porta il nome di post-modernità. Questo elemento ci riporta soprattutto al contesto socio-culturale, nel quale il gruppo si è tirato su, e alla forte matrice cattolica dei paesi del centro-sud, dove si cresce a pane e crocifisso.
Il brano che spacca in due l’album però, è anche il brano che spacca in due il cuore, i sentimenti, le viscere. Le Storie Che Finiscono Male è una ballata, fuori dagli schemi della band, con un testo che è una pugnalata ed è allo stesso tempo colmo di una bellezza disarmante ‘che ti spaccano la spina dorsale’ come ‘i manganelli che fanno male’.
Tornando a Nietzsche, la maturità dell’uomo-Management forse è stata raggiunta in pieno con questo gioco perpetuo e quelli che aspettavano la consacrazione farebbero meglio a mettersi in pari con il cuore perché i MaDe DoPo non faranno mai l’album che li confermerà dopo Auff! perchè ogni album si consacra e si consacrerà da sé.


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Autore: Antonio Pistone
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