VERDENA @ TEATRO AUDITORIUM UNICAL – RENDE (CS) 31.03.15

Sfido chiunque di voi a sostenere di non avere un amico, un parente, un conoscente, che non ami i Verdena alla follia. Vi sfido anche a sostenere di non esservi mai trovati in un battibecco sul peso artistico dei Verdena con qualcuno che sostiene siano dei geni e qualcun’altro che afferma placidamente che si tratta di una delle tipiche great rock’n’roll swindles. Che apparteniate all’una o all’altra fazione poco importa, i Verdena, da sempre, all’uscita di un nuovo disco come all’uscita da un loro concerto, scatenano la discussione. E per quanto li si ami o li si odi i loro dischi, così come i loro concerti, vendono sempre tantissimo.
Anche io ho un amico che adora i Verdena, anzi più di uno in verità, ma quello che mi viene utile in questa circostanza è uno in particolare. E’ uno di quei fan atipici: sa tutte le canzoni a memoria, se potesse, essendo un musicista, avrebbe la stessa identica strumentazione di Alberto Ferrari, quando salta fuori la notizia dell’uscita di un nuovo disco del trio bergamasco è in estasi e non può fare a meno di dirlo a chiunque come fosse l’apparizione della madonna di Lourdes.
Fino a qui nulla di diverso rispetto a qualunque altro fan dei Verdena che anche voi, di sicuro, non dite di no tanto non ci credo, conoscete. E se ancora sostenete di non conoscerne è perchè lo siete voi un fan sfegatato. E se non lo siete vuol dire che siete ancora più spocchiosi perchè volete farmi e farci credere che avete solo amici di un certo tipo, che hanno solo ascolti sofisticati. Lo ripeto: non ci credo, non ci crediamo.
Ma andiamo avanti: la particolarità di questo mio amico è che quando c’è da essere critico con la sua band del cuore (non la sua band preferita, questo non lo dirà mai! Neppure che siano la sua band del cuore ammetterà mai, ma quello non c’è bisogno che lo dica…), beh, quando c’è da essere critico non si tira indietro. Al punto che al concerto lui non c’è venuto. Sono critiche che ricordano quelle discussioni tra amici in cui l’altro si sfoga per un rapporto di coppia che non va. Ti parla della sua compagna, del loro rapporto che non è più quello di una volta, della frase che ha detto l’altro giorno che lo ha fatto trasalire: “non la riconosco più… eppure una volta eravamo così uniti… sembrava potessimo amarci per sempre… invece… sospetto che abbia un flirt con quel collega… sì, certo, pure io con la tipa del bar certe conversazioni su whatsapp che non ti dico… eppure non so, sai?… dovrei lasciarla dici?”, e così via. Avete capito insomma.
Del perchè di questo amore travagliato è presto detto: i Verdena o li ami o li odi. Ed anche quando li ami una parte di te li odia. Ed anche quando li odi una parte di te li ama. Diciamolo ora e togliamoci il pensiero: band come i Verdena in Italia non ce ne sono. Con una cura tanto maniacale per il suono, che cambiano (sotto)genere quasi ad ogni album. Che escono per una major eppure sembrano poter fare quello che gli pare e non hanno problemi a far uscire dischi doppi, che sia in una sola release o in due diverse a distanza di pochi mesi. Che richiamano così tanto pubblico ai concerti. Che possono permettersi di far passare anni tra un disco e l’altro senza fare neppure un tour.


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Al Teatro Auditorium dell’Unical di Rende (CS) lo scenario è da manuale. La platea trabocca, il concerto è sold-out da giorni. Io stesso ho trovato il biglietto per puro caso a due ore dall’inizio del concerto per via di un forfait in zona Cesarini di un amico di un amico. Arrivo anche un po’ in ritardo e correndo, tanto che non mi guardo neppure intorno. Raggiungo la mia seggiola sette minuti esatti prima che le luci in sala si spengano. I quattro musicisti entrano in scena al buio accolti da urla, gridolini isterici, gente che chiama i loro nomi neppure fossero ai tempi della beatlemania, neppure fossero Jim Morrison.
Quando inizia Ho Una Fissa, le teste mobili dietro di loro sparano negli occhi del pubblico dei fasci accecanti di luci bianche che per tutto il brano ci costringono a tenere gli occhi chiusi. Un Pò Esageri lancia il primo singalong. Poi inizia Sci Desertico ed il mio amico, quello dall’amore travagliato per i Verdena, mi sembra così tenero che quasi mi commuovo. Ora capisco cosa voleva dire: subito dopo c’è Loniterp e nello spazio di tre brani gli idoli del pubblico sono passati da un pezzo che ricorda gli Smiths, ad uno basato su programmazioni e batteria elettronica, fino alla chitarra shoegaze di Loniterp, appunto, che si conclude con quella struttura un po’ psichedelica alla Flaming Lips. Flaming Lips che, si sente, sono inseguiti anche nella successiva Vivere di Conseguenza. Ma i fratelli Ferrari non sono i Flaming Lips. E purtroppo è evidente.
Possono sembrare incredibilmente innovatori alle orecchie delle dieci persone (e dico dieci solo accanto a me) che stanno facendo la telecronaca del concerto in diretta su Facebook, oppure alla ragazza due file avanti che chatta su Whatsapp. A loro potrà anche sembrare, magari, che i Verdena siano i Radiohead italiani, ma per me ed il mio amico dal cuore infranto è ben diverso. Lui li conosce i Flaming Lips, aveva tutti i dischi dei Beatles quando uscì Wow, conosceva gli accordi di tutto Blues For The Red Sun quando uscì Requiem.
Contro La Ragione, Rossella Roll Over e Derek in sequenza confermano: ascoltati con orecchie neutre ed un po’ sgamate, i brani dei Verdena hanno, in fondo, tutti una chiarissima coerenza. Coerenza nelle linee melodiche, nelle progressioni armoniche, nell’attitudine con i quali vengono interpretati. Poi in sala prove accade che fanno di tutto per cambiargli vestito: una volta è a fiori colorati, un’altra è bianco a piedi scalzi, un’altra ancora è nero con lo smalto dello stesso colore. Ma è pur sempre una maschera ed il tupè posticcio si nota. Starless mette il bollo alla teoria: non solo il pubblico è in trance mistica, anche sul palco sono molto più a loro agio.
All’attacco di Attonito, però, mi rendo conto del lavoro abnorme che i bergamaschi fanno sul suono. Il fuzz mega galattico di Alberto Ferrari è tanto potente quanto definito. Sono bravi, non lo posso negare, ma l’inaspettata Fuxia (bside della primissima ora) rincara la dose. Ci fosse stato anche qui il fuzz di prima i due brani sarebbero stati fratelli. L’incedere di cassa e basso è quello di Ape Regina dei Marlene Kuntz ed Alberto sul finale ne cita ironicamente alcuni versi, poi partono le armonizzazioni vocali di Lui Gareggia e la spagnoleggiante Canos: altro singalong all together.
La seconda perla inattesa della serata, terzo singalong con accendini, è Nel Mio Letto, eseguita raramente dal vivo anche ai tempi del tour di Solo Un Grande Sasso. Poi Alberto imbraccia la chitarra acustica per il trittico Nevischio, Trovami Un Modo Semplice Per Uscirne e Razzi Arpia Inferno e Fiamme. Singalong a manetta per quindici minuti. Cose che accadono qui.


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Inno Del Perdersi è un altro schiaffo in faccia fatto di distorti incredibilmente potenti, bassi eppure definiti. Ma non c’è nulla da fare, il pubblico dei Verdena di queste cose se ne frega bellamente. In fondo lo sapete anche voi ed è palese quando immediatamente dopo parte Valvonauta. In fondo è quello che vogliono sentire. In fondo è quello che i Verdena continuano a scrivere: mille volte Valvonauta in mille modi diversi. Il pubblico è in delirio. Tentano quasi un’invasione del palcoscenico, saltano dalle scale, iniziano a ballare. Ma niente pericolo, la security fa calmare tutti e rimette tutti scontenti a sedere.
Si sente odore di marijuana bruciata, arriva fino al palco ed i musicisti ne ridono col pubblico. Solo una battuta, poi serratissime: il crogiolo di citazioni battistiane e narcotiche Puzzle, la quasi programmatica ed a tratti autobiografica Scegli Me, il singolone un po’ Smashing Pumpkins (il riff del ritornello ricorda un po’ Quiet, vero?), Muori Delay e la conclusione del primo set affidata a Rilievo. Di Billy (William, sorry!) Corgan, Alberto Ferrari ricorda l’essere padre padrone della band ed anche quella sensazione di eterna incompiutezza. Se vi capita guardatevi su YouTube il live al Metro di Chicago del 1993 e capirete di cosa parlo.
Gli encore sono serviti: Luna, una furiosa Don Calisto e la morbida Funeralus. Tutti contenti e tutti alla ricerca disperata della scaletta. Parte la caccia. La gente si accalca davanti al palco. Gli organizzatori mettono immediatamente su un cordone umano per respingere l’attacco. Mentre passo per fare qualche foto se la prendono anche con me: “STATE INDIETRO!” mi urlano mettendomi una mano sul petto. Poi risalgo la scalinata ed incontro il secondo maleducato dello staff che vuole per forza farmi uscire, chissà perchè poi, da una porta secondaria invece che dall’atrio principale. Un terzo quasi mi cazzia perchè “se volete incontrarli lo sapete meglio di me come fare. Inutile che vi accalcate adesso, tanto dalla porta prima o poi dovranno uscire”. Sembra che tutti abbiano perso la testa.
Torno all’aria aperta e faccio un po’ il bilancio della serata tra me e me. Il totale è sicuramente positivo. Luca Ferrari è migliorato molto nello stile e nella tecnica. Roberta Sammarelli smorza benissimo gli spigoli. Il nuovo acquisto, Giuseppe Chiara, è un polistrumentista di indubbio gusto. Il concerto è stato incredibilmente adrenalinico. Potente, scorrevole, evocativo. Peccato che i Verdena ancora si dondolino tra riferimenti più o meno palesi, citazioni più o meno plagiaristiche e velleità solipsistiche. Se solo il trio smettesse di voler sembrare di volta in volta i Flaming Lips, i Beatles, i Kyuss, i Nirvana o chiunque altro. Se solo iniziassero a fare i Verdena per davvero li vedremmo finalmente tutti per quello che sono: degli ottimi musicisti adorati dal loro pubblico.
Spegnerebbero così ogni polemica, il mio amico non piangerebbe rievocando i tempi de Il Suicidio Del Samurai, i più smetterebbero di guardarli come bambini viziati che non hanno le idee chiare. Lo disse anni fa Manuel Agnelli, che produsse uno dei loro album più belli: “hanno un talento smisurato, ma sono troppo chiusi in loro stessi e questo gli impedisce di esprimersi in tutte le loro potenzialità”. Io sottoscrivo. Voi da che parte state?


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Autore: Antonio Serra
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