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BLONDE REDHEAD @ TEATRO AUDITORIUM UNICAL – RENDE (CS) 28.03.15

Il teatro è affollato, ma non è pieno. Dopo vent’anni i Blonde Redhead sono ancora una band di nicchia. L’età media scende di poco ed a fatica sotto i 30 anni. I ventenni non mancano ovviamente, è solo che sembrano quasi essere lì in gita scolastica, per visitare una qualche opera d’arte del passato. Monumentale, certo, fondamentale: un pilastro. Un evento che chi si sente o vuol sembrare un esperto, conoscitore, appassionato, non può assolutamente saltare. La sensazione, però, è che gliene freghi poco. E’ una gita scolastica e per quanto ci si trovi di fronte ad un’opera d’arte, lo scopo è divertirsi.

I fratelli Pace e la loro magrissima sodale hanno abbandonato da tempo i rumorismi ed i muri di feedback che brandivano all’epoca del loro primo passaggio dalle parti di Cosenza. Era il 1998, allora il ragazzino ero io, e loro sembravano divinità egizie che facevano fischiare in aria armi distorte e stridule.
I toni ruvidi col tempo si sono levigati, gli spigoli ammorbiditi, le voci si sono abbassate, le distorsioni hanno lasciato il posto ai riverberi.

Il disco che promuovono, Barragàn, non è certo il picco più alto né il più ispirato della loro produzione. La ricerca di un rinnovamento ha spinto il trio italo-nipponico sempre di più verso territori in cui i paesaggi sono disegnati da transistor e diodi. Su disco molti brani sembrano forse fuori tempo massimo, ma dal vivo tutto cambia. L’unità che riescono a trasmettere, pur pescando episodi da vent’anni di carriera, è stupefacente.
Il lavoro di fino, compiuto dai tre newyorkesi d’adozione, sugli arrangiamenti, i campionamenti, le armonizzazioni, le drum machine, restituisce un suono calibrato alla perfezione.
Brani vecchi e nuovi filano lisci uno dietro l’altro come fossero stati tutti composti ieri.


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L’atmosfera sofisticata, agrodolce, tipica dei frutti delle loro ispirazioni, è marcata ed avvolgente per tutta l’ora e mezza di spettacolo, a partire dalla prima nota dello strumentale Barragàn che sfocia in Lady M, due brani del nuovo lavoro, e che confluiscono in un tappeto sonoro che porta dritti al primo tuffo nel passato con Falling Man. Dopo undici anni è ancora una freccia affilata nella faretra di Amedeo Pace.
Scavano un po’ più a fondo nel repertorio fino a Hated Beacuse of Great Qualities ed è qui che raccolgono il primo sostanzioso applauso dalle seggiole.
Neppure il tempo di goderselo che la prima risalita dal passato ha inizio con Love or Prison e Mind To Be Had. La prima abluzione è compiuta. Continueranno così, partendo dal disco nuovo per tuffarsi giù nel passato e poi risalire in un turbinio di arpeggi struggenti, elettronica raffinata, campionamenti delicatissimi: No More Honey, Bipolar, Doll Is Mine, The One I Love, Dripping, per arrivare a Spring and By My Summer, che chiude il primo set tra gli applausi scroscianti.

Un continuo immergersi per poi risalire, che è un pò il leitmotiv di tutta la loro poetica. Come le sensazioni trasmesse da quello stile di scrittura che vede la loro New York incastonata perfettamente a metà strada tra Kyoto e Milano.

Gli encore seguono lo stesso pattern fatto di immersioni e risalite. Sono minuziosamente calibrati per scatenare l’entusiasmo in sala: Melody of Certain Three, Defeatest, fino ad una Violent Life che sin dai primi arpeggi delle chitarre di Kazu ed Amedeo, che si mischiano come rovi di spine, genera un’ovazione in sala. Il loro spettacolo in chiaroscuro culmina con Kazu Makino che finalmente libera la sua fisicità in una scatenata serie di contorsioni e movimenti sinuosi, dialogando con il pubblico, avvicinandosi ad un centimetro dalla prima fila, sulle onde di 23, uno di quei brani che ti entrano in testa e te li porti dietro fino al mattino dopo.

Uno spettacolo perfetto, dove la cura per il suono è stata maniacale e le luci hanno reso al meglio, anche visivamente, i colori, le ombre, i controluce che meglio spiegano il sound dei Blonde Redhead, dalle dominanti viola fino al rosso porpora.
Kazu Makino non sbaglia un colpo nonostante il mal di gola. La sua voce lieve sussurra alle orecchie dei presenti mentre Simone Pace scandisce le battute con autorevolezza marziale. E’ Amedeo, però, il vero mattatore della serata. Ha il piglio del trascinatore ed il carisma del genio.
Il loro repertorio si è evoluto in un suono certamente più snob: ne sono la prova le tazze da thé in ceramica dalle quali bevono l’acqua versata dalle bottigliette di plastica. L’eleganza del loro incedere, però, è innegabile. Sembrano ancora dei giganti, come le ombre che i fari proiettano sulle pareti dell’auditorium. Quando tutto finisce e le luci in sala si riaccendono sembra passato un minuto. Un battito d’ali di una farfalla che è al tempo stesso miseria ed un miscuglio di melodie avariate.


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Autore: Antonio Serra
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