AFTERHOURS @ TEATRO AUGUSTEO NAPOLI – 16.02.2015

Afterhours è anche il titolo originale di uno dei più geniali film di Martin Scorsese – Manuel è risaputo che volevi omaggiare Lou Reed, ma Scorsese non è forse il Lou Reed del cinema? – tradotto brillantemente (una volta tanto) come Fuori Orario. E allora, prendendo ispirazione da Paul, ho deciso di vivere quest’avventura, dopo una giornata intera a studiare, senza mai tornare a casa dalla mattina, perché il mio relax, il giorno 16/02, sono gli Afterhours.
E’ la seconda volta che assisto ad un concerto al Teatro Augusteo di Napoli e il precedente si chiama appena Francesco De Gregori. Senza entrare nel merito però, posso tracciare una differenza fondamentale: mentre quello del Principe è un tour nei teatri, quindi la struttura-teatro che si presta alla musica come farebbe un palazzetto, un club o altro locale simile, lo spettacolo della band milanese è teatro a tutti gli effetti. Non fraintendetemi, è un concerto a tutti gli effetti, ma ogni componente della band è in scena, ognuno recita la sua parte e ha il suo personaggio. Si dividono alla perfezione il palco seguendo il concetto dell’ occupazione dello spazio tipico del messinscena teatrale, estremizzato dall’ingresso di Agnelli dalla platea o da Non è per sempre suonata tra il pubblico senza amplificazione. Il momento teatrale più alto, escludendo le bellissime letture di Gramsci, Pessoa e soprattutto Ginsberg con la visionaria “Moloch” accompagnata dalle magie di Irondo e il suo Mahai Metak, è senza dubbio Sangue di giuda, che con quelle luci e quella carica emotiva rievoca il “Teatro della Crudeltà” di Antonin Artaud o la poesia di Bataille messa in musica.
Il filo conduttore è il tema dell’Identità e Agnelli ci regala una perla che è Place to be di Nick Drake, c’è lui, la sua chitarra e la sua emozione e ce la passa ad uno ad uno con il cucchiaino mentre chiede “un posto dove essere!”. E sul palco c’è e si fa vedere, con il suo enorme ego, indispensabile però per essere il frontman di una band nella quale, oltre a Manuel, ci sono altri cinque elementi che suonano da paura e sanno tenere il palco come attori consumati.


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E suonano, suonano per più di due ore inoltrate, più di venti brani che toccano tutto il repertorio da Inside Marylin fino Padania. Il coinvolgimento del pubblico, quello che fa tremare le poltroncine del teatro, è ovviamente maggiore sui brani più amati: Ballata per la mia piccola iena ,Varanasi Baby, Ossigeno, Bianca, Riprendere Berlino ( su questa avrei voluto alzarmi e andare sotto al palco a ballare), ma è su Marylin in inglese che saltano gli schemi sul palco perché gli equilibri che fino a quel momento erano rimasti impeccabili e intoccabili li scompiglia Stefano Pilia che con un gesto rivoluzionario lascia la sua postazione per un duello a suon di schitarrate con Xabier Iriondo che accetta di buongrado la sfida mentre l’elettricità tra rock e noise coinvolge anche un fantastico gioco di luci.

Agnelli ti sbatte in faccia tutte le sue certezze sull’identità, lui sa chi è e alla fine del concerto insinua in te il dubbio che forse conosci meglio lui quando è sul palco che te stesso quando ti guardi allo specchio. E’ un live da paura con degli arrangiamenti al di sopra di ogni aspettativa, che coinvolge più arti e soprattutto il pubblico, mai passivo, nonostante si trovi controvoglia incastonato nella scomoda comodità della sedia di teatro. Forse Manuel, e non solo lui, aspetta ad un certo momento del concerto che qualcuno si alzi e ribalti il teatro, oppure vuole solo regalare il suo spettacolo, mentre tutti se lo godono. Non lo potremo mai sapere. La cosa che so è che siamo di fronte ad spettacolo di uno spessore enorme e lo consiglio senza esitazione.
E non vi fidate della tipa seduta a due posti di distanza da me che imprecava alla fine, a causa dell’assenza in scaletta, a questo giro, di Quello che non c’è. Hanno chiuso con Oceano di Gomma e questo basta. Oceano di Gomma e avevo ancora i brividi quando sono tornato a casa. Oceano di Gomma e ho ancora i brividi mentre scrivo e la riascolto.

Autore: Antonio Pistone
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