EGOMOSTRO / COLAPESCE

Parto con una confessione, così da risultare più credibile: il primo lavoro di Colapesce, Un meraviglioso declino, non mi aveva per nulla entusiasmato e l’avevo riposto forse, ammetto, troppo presto. Questo secondo album mi ha permesso di apprezzare anche l’altro, mettendo in evidenza elementi che erano già presenti nel precedente, ma che avevo, colpevolmente tralasciato.
Egomostro si presenta subito con una forza coinvolgente ma ciò che sorprende, più di ogni altra cosa, è la maturità. Ci sono voluti tre anni, ma si capisce che c’è stato un lavoro accurato e minuzioso che, a definire l’album intimistico, si rischierebbe di cadere in tautologia. Dodici tracce audio (più intro e conclusione) che ci proiettano nel mondo colapesciano, con il cantautore siciliano che ci invita ad entrare dalla porta principale, con gentilezza. Ecco che allora abbiamo Entra pure: Colapesce denuda il proprio “io” e lo scandaglia, guidando l’ascoltatore in una sorta di viaggio infernale di stampo dantesco all’interno dei gironi dell’egomostro di Lorenzo Urciullo.
Le perle, a mio modo di vedere, sono Sottocoperta e L’altra guancia. Rispettivamente la quarta e settima traccia. Il primo brano citato è un quadro dai colori vivaci, attraverso il quale l’autore, dipinge con sagace precisione, a ritmo di pennellate, una camera buia con i suoi oggetti mentre gli odori di un corpo femminile trasportano l’immaginazione ad una natura deserta, avvolgente e rilassante. Il secondo è un esempio perfetto di parole messe in musica che insieme creano una terza entità che si chiama “canzone d’autore”. E basta solo la frase “la vita è solo una manciata di domeniche” per evocare la desolazione dei paesini del sud nel settimo giorno della settimana, dopo pranzo, con il sole battente e il cielo di un azzurro vivissimo.
Non manca la sottile ironia già intravista nei brani del 2012 mentre il suono è giovane, mai banale e a tratti anche innovativo, trattandosi di leva cantautoriale nel senso parossistico del termine, con sonorità diverse di brano in brano, e la voce soffusa di Colapesce che si adagia sulle note con un’armonia disarmante. Sorprende l’aggressività di Dopo il diluvio che è quasi una novità nella composizione di Urciullo con il suono del basso distorto e la chitarra col phaser. E non lasciatevi ingannare da Maledetti italiani. Lo dico sinceramente: forse è il brano meno riuscito di tutto l’album. Ma noi, da buoni ascoltatori, non ci fidiamo mai del singolo di lancio. Ci fidiamo invece del brano che dà il nome all’album perché si presenta con l’autorità e la maturità giusta per fare da spartiacque nell’universo colapesciano.
La conclusione del viaggio tra le paure, le angosce, i desideri, le perversioni e le abitudini del cantautore passa attraverso l’equazione “sentenze + luoghi comuni: il cancro di una relazione” e dopo aver buttato giù un mare di dati quando ci accompagna all’uscio ci suggerisce anche la soluzione con l’invito a catalizzare il malessere in virtù di una riconquista della bellezza. Ma non può dirci di più: dopo tre giorni l’ospite puzza, figuriamoci dopo quattordici tracce.

Autore: Antonio Pistone

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