FOCUS ON > DIMARTINO LIVE @ TENDER CLUB 30.11.2013 + INTERVISTA

E’ il 30 novembre. Nonostante l’incidente subito in macchina, il dolore e la mia conseguente goffaggine, mi faccio accompagnare al Tender Club. E’ una serata che non mi posso perdere. Suonerà Antonio Di Martino ed ho un conto in sospeso con lui. Un’intervista che non ero riuscito a fare (colpa mia) a luglio. Il locale è bellissimo, è la prima volta che ci vado. Atmosfera calda, l’ideale per un concerto di Antonio, che comincia ben presto a suonare. Niccolò Landi nel frattempo, che mi ha accompagnato in questa magnifica scorribanda, comincia a scattare foto, a raffica. Ne usciranno di bellissime, alcune le trovate di seguito altre sul profilo flickr.

Un intreccio di pezzi dall’ultimo EP “Non vengo più mamma” e dai due precedenti album. Scorrono veloci, con naturalezza. Antonio è così. I suoi concerti sono naturalezza, composta adrenalina, felicità. Ma la serata non è finita perché la mezzanotte è appena passata ed è proprio il suo compleanno. Applausi ed auguri. Si scende dal palco. Ma quale miglior regalo di una bella intervista? Ce lo ha fatto lui a noi, ovviamente. L’intervista video, qualitativamente magnifica, soffre l’intenso caos ambientale ed il suono, purtroppo, è terribile, difficilmente ricostruibile. Mesi di lavoro e la trascrizione è completata. Penso sia venuto un buon lavoro. Una chiacchierata a cuore aperto con Di Martino. Parlando di presente e futuro.

Emanuele: Allora. Accantoniamo per un attimo il discorso del cantautore, che ti hanno affibbiato per anni praticamente e parliamo solamente del fatto che io ti definisco un autore che ama cantare in gruppo. E’ abbastanza tipico tuo il rifuggire da ogni classificazione, infatti dicevi <non vedo l’ora di uscire dall’indie>. Cosa pensi di essere, come ti definisci? E soprattutto volevo sapere se l’Antonio Di Martino artista corrisponde al tuo lato umano, all’Antonio Di Martino privato.

Antonio: Bah, io sono convinto che corrisponda, ti rispondo subito a questa, sennò mi sono preso in giro per tutti i pezzi che ho scritto…

Emanuele: Purtroppo ci sono artisti che si prendono in giro secondo me…

Antonio: Beh, in realtà io ho scritto quello che mi è venuto naturale scrivere, cioè come una cosa che scrivi per te, non per gli altri. Poi sull’idea dell’indie, devo essere sincero, non riesco a dividerlo… non riesco a dividere la musica, mi viene difficile. Per cui non riesco a capire il termine indie…

Emanuele: Che oggi vuol dire tutto e niente…

Antonio: Eh, ma soprattutto in Italia penso più che all’Estero.. cioè non lo so, non so se mi ritrovo in questa categoria…

Emanuele: No, io non ti ritrovo…

Antonio: Io neanche…

Emanuele: Ti volevo domandare una cosa perché mi stupisce la semplicità con la quale arrivi diritto al punto e a descrivere le emozioni umane. Penso che in qualche modo tu sia riuscito a conservare la capacità dei bambini di descrivere le cose, nonostante tu sia cresciuto, senza gli artifici degli adulti. E’ possibile? Se è così, come si sei riuscito?

Antonio: Ma guarda non lo so, in realtà io penso che rimaniamo tutti piccoli, penso che rimaniamo tutti dei bambini, e non credo che a quell’età riesci veramente già a darti uno scopo. Per cui, boh non lo so, probabilmente ho guardato le cose forse in maniera più ingenua rispetto a quando le guardavo “all’attimo preso” e poi comunque sono momenti della scrittura a cambiare fondamentalmente… quindi… io penso che quel momento là dell’essere bambini da me non è mai scomparso fino a adesso… e spero non scompaia mai… penso che il bambino coincida con l’uomo… rimaniamo bambini per sempre…

Emanuele: Lo spero, te lo chiedo perché ho una bambina piccola e mi stupisce a volte come descrive delle cose a cui noi adulti non arriveremmo mai di fatto. Dicevi che non hai più voglia di imparare scolasticamente, poi di fatto sul palco tutti gli anni, ma soprattutto giorno per giorno, ti inventi, sperimenti, crei. E quindi volevo capire in che cosa ha fallito il sistema scolastico ed universitario secondo te, e cosa dovrebbe cambiare.

Antonio: Allora, il sistema universitario ha fallito principalmente ti dico perché non è per nulla collegato al mondo del lavoro… cioè boh, quando l’università non è legata al mondo del lavoro non ha senso come università… perché non la puoi fare per te…

Emanuele: Te lo chiede uno che ha lasciato a metà, quindi…

Antonio: E quindi mi sono preso una laurea che… boh… non mi serve e tutto questo casino vien fatto in maniera molto naturale… In realtà la frase “Non voglio più imparare” è una provocazione…

Emanuele: Eh sì..

Antonio: E’ la mia voglia di suscitare l’interesse di chi ascolta una frase “Oh, io non ho più voglia di imparare”, che è un cosa proprio assurda e inconcepibile… siamo invasi dalle informazioni, non siamo neanche più noi, e davanti a tutte queste informazioni impariamo per forza un mucchio di cose nuove, di concetti nuovi… e quindi “non ho più voglia di imparare” risulta come una provocazione…

Emanuele: In ambito culturale so che sei sensibile al discorso di riguadagnare luoghi per la comunità, per creare dialogo. In questo senso hai partecipato all’occupazione del Teatro Coppola. Quanto è importante restituire questi luoghi dove si discute dal basso invece di aspettare il potere che è univoco e ci da delle informazioni e basta?

Antonio: Io l’ho vissuto in prima persona in questi luoghi. E sono luoghi dove nasce una comunicazione tra le persone… perché in un certo senso sono dei posti dai quali si stanno per costruire delle cose  rispetto ai posti in cui già sono costruite… i posti diciamo lasciati inutilizzati e comunque a sé, sono dei posti dai quali deve cominciare a nascere qualcosa. Sono dei posti dove si crea noi fondamentalmente rispetto agli altri. Mi è capitato diverse volte di affrontare delle discussioni su cosa fare dopo che si è entrati in un posto. Ed è secondo me una forma di comunicazione bellissima perché insomma ci sono una serie di persone che discutono sul cosa fare e non sul cosa si è fatto o cosa si sta facendo.

Emanuele: E ora si discute troppo sul cosa si è fatto…

Antonio: L’idea di cosa c’è da fare per quel posto, l’idea della costruzione… questa cosa mi piace un sacco ed è uno dei motivi per cui mi sono imbarcato in questa cosa qua…

Emanuele: Parlando della tua carriera artistica come DiMartino Band: 3 dischi 3 capolavori. Un’altra cosa che ti contraddistingue è appunto la capacità di cambiare e infatti in una canzone, “Cambio Idea”, la esprimi questa attitudine. Quali sono invece i punti fissi che ti senti di tenere e cosa si può cambiare? Ma soprattutto mi stupiva il discorso che dopo l’esperienza Famelika hai deciso di chiamare i tuoi lavori “DiMartino” perché morissero con te, perché in realtà con i Famelika si è perso il discorso legato a te in quanto autore, quindi quanto è importante tenere in realtà le redini del lavoro che hai fatto nel tempo?

Antonio: Guarda per me è stato fondamentale… cioè nel senso mettere il nome “DiMartino” alle mie canzoni è stato come trascinarmele dentro proprio. E’ stato un passaggio carnale in questo senso, no? per cui sì in realtà l’ho deciso perché ho pensato sempre che le band si possono sciogliere sempre e mi piaceva l’idea di fare un qualcosa che comunque rimasse con me a prescindere da chi stesse al gioco e allora ho deciso di chiamarla “DiMartino” questa cosa qua, perché era italica, italica proprio. Poi i punti fermi… io li cambierei di continuo sinceramente…

Emanuele: Sì infatti ho seguito le tue interviste. Prima hai detto <ci sono valori dai quali non si può prescindere> e alla successiva hai detto <ma no, si possono cambiare anche quelli>… perché in realtà siamo esseri in cambiamento continuo…

Antonio: Guarda io soprattutto dal punto di vista musicale ho voglia di capire cose nuove sempre. Per cui pensare di rifare un disco uguale a quello che ho appena fatto va contro completamente. Mi piace l’idea di mettere in discussione ogni giorno.

Emanuele: Sempre tornando al discorso dell’evoluzione umana dicevi che il tuo modo di scrivere cambia, come tutte le cose è cresciuto insieme a te. Che cosa riprenderesti di quando eri adolescente e che cosa salveresti di ora?

Antonio: Mah, riprenderei quell’istinto che hai quando hai 18 anni ed hai voglia di dire tutto subito… e forse è una cosa che ho perso con l’età… cioè l’idea di sputare le cose in faccia senza pensarci due volte… cioè come se adesso… la razionalità magari mi consente di pensarci due volte prima di dire le cose… di scriverle soprattutto… invece quando ero più piccolo impulsivamente scrivevamo le cose così come ci venivano… se parlavamo della mafia ne parlavamo con la prima idea che ci veniva in testa, non aspettando la terza o la quarta è questo ingenuamente che rimpiango… ma quello credo che cambi in tutti… almeno voglio convincermi che cambi in tutti sennò mi deluderei….

Emanuele: C’è una canzone specifica che peraltro hai fatto praticamente in chiusura “Amore Sociale” descrive di amori finti, quindi che vanno avanti per inerzia in un certo senso, per quanto percepisco io, ci puoi raccontare che cosa volevi descrivere e in parte “Non siamo gli alberi” è agli antipodi rispetto a questa canzone?

Antonio: Guarda questa canzone parla di una relazione tra un uomo italiano ed una ragazza russa, no?, e sono quegli amori che si ordinano via internet e ti arrivano come un pacco postale… e ho conosciuto un po’ di persone hanno fatto questa vita qua cioè hanno proprio conosciuto delle ragazze su internet e sono venute in Italia, poi hanno avuto dei problemi e sono andate via. E’ una canzone sì sulla violenza domestica, sulla violenza nell’amore in un certo senso, o sull’amore violento… cioè sull’amore che alla fine stai donando agli altri solo per una questione di rappresentanza e non per quello che magari può rappresentare veramente… sull’amore che è dovuto dalla società, per la società in un certo senso, non sull’amore reale… e quindi è questa l’idea, il senso…

Emanuele: Il tuo nuovo EP, non ti chiederò come è nato perché ormai c’è dappertutto come è nato, però volevo sapere: combina musica, letteratura, filosofia e fumettistica anche, cioè cose strettamente legate e strettamente diverse, però è un passaggio importante, una cosa nuova secondo me… volevo sapere quale significato ha per te aver realizzato questa storia, il disagio dell’adolescenza, il kit della dolce morte… e avergli dato anche un’immagine, dignità visuale, aver completato in un certo senso, cioè da tanti punti di vista….

Antonio: Guarda, per quanto mi riguarda io penso che sia una storia semplice perché c’è la vita e la morte che sono le due cose più semplici della nostra esistenza. Per cui per me rappresenta una storia in questo senso. Poi diciamo che i protagonisti siano due adolescenti è una cosa importantissima per me, perché secondo me oggi si da poca importanza a quel periodo. Secondo me nell’adolescenza si posso prendere delle scelte importantissime, cioè le scelte che veramente condizionano la tua vita… che se non le scegli tu, non ha senso… per cui puoi scegliere anche la morte fondamentalmente… Mi piaceva l’idea della potenza dell’avere una scelta così radicale, nonostante l’età…

Emanuele: Una canzone particolare che mi ha colpito tanto è “Scompariranno i falchi dai paesi”. Cosa volevi trasmettere in questo caso? Sembra una canzone che in un certo senso voglia parlare del sottrarci alla materia per essere qualcosa di etereo… almeno questa è la sensazione che ho avuto io.

Antonio: In realtà è un pezzo che io ho registrato nella mia camera in campagna forse anni fa ed è nata perché ad un certo punto mi sono accorto che mio nonno mi raccontava che intorno al campanile della chiesa del paese ci stavano ogni tanto dei falchetti… dei falchi migratori… il fatto che io non li avevo mai visti mi faceva pensare che a poco a poco dal mio paese cominciassero a sparire degli oggetti, delle cose… tipo i falchi per esempio… l’idea della sottrazione delle cose in uno spazio mi ha fatto scrivere questa cosa qua. L’idea che le cose vanno scomparendo a poco a poco, soprattutto le cose importanti. Come se un giorno appunto dovesse sparire un falco da un paese. E’ un pezzo che parla della sottrazione delle cose della nostra vita in sostanza, delle cose che ci completano…

Emanuele: E noi non ce ne accorgiamo…

Antonio: Esatto.

Emanuele: Volevo chiederti se ti fa paura il futuro e come ti immagineresti tra qualche anno.

Antonio: Ma guarda, il futuro mi fa paura solo quando penso che stiamo distruggendo tutto come esseri umani, e poi in realtà potrei pensare anche ad un futuro bello per me. Mi piacerebbe, non so, magari fare qualcos’altro oltre la musica. In realtà mi piacerebbe viaggiare, conoscere. L’idea di potermi spostare, vedere posti. Nel mio futuro immagino questo un viaggio, un viaggio lunghissimo.

Emanuele: Però… Ti volevo chiedere anche: ho letto che ti senti impegnato come persona e non come artista. Questo è molto importante perché siamo pieni di artisti impegnati, che poi non lo sono nella vita. Tu ti metti al nostro pari, cosa che altri non fanno. Mi piaceva questa tua provocazione che sottolineava come tutti dovremmo essere impegnati prima di tutto come persone, anche se non siamo artisti.

Antonio: A maggior ragione… Artista impegnato… boh io non so se oggi riuscirei a scrivere una canzone di protesta… Io personalmente non so se riuscirei a farla, mi impegnerò a farla, ma non per il momento. Preferisco essere impegnato come persona.

Emanuele: E poi un’altra cosa bella che ho letto di te è che hai detto che fare l’amore complica. Perché per te fare l’amore complica? E per te l’amore è per sempre?

Antonio: Mah, fare l’amore complica… eh beh è chiaro che complica… L’amore è per sempre? No… Dopo un po’ entrano in gioco altri fattori.. No, l’amore non è per sempre… sennò non sarebbe più bello.

Emanuele: Situazione live in Italia. Dicevi infatti, parlando dell’ultima fase Famelika soprattutto, che avevate praticamente pronto un nuovo disco e poi non avete avuto le capacità economiche per produrlo. Ho pensato a tanti gruppi che si sbattono in giro per l’Italia…

Antonio: Tipo “Lo Stato Sociale”… (ridendo)

Emanuele: Tipo Lodo Guenzi dello Stato Sociale che è qui accanto a me (ridendo)… gruppi che si sbattono in giro per tutta Italia e non possono chiamarlo lavoro perché difficilmente ci campano…

Lodo: Io ci campo

Antonio: Io pure

Emanuele: Com’è da questo punto di vista la situazione live in Italia, cosa si può fare per migliorare, per far sì che sia più facile suonare, esprimersi ed emergere se si ha talento?

Antonio: Tipo il Decreto Valore Cultura?

Emanuele: Sì, è questa la direzione nella quale andare?

Antonio: Mah, si può far tanto per migliorare. Lo stato dovrebbe fare delle leggi specifiche proprio in questa direzione. Ci sono molte amministrazioni comunali che le fanno. E poi dal basso, certo. La spinta dal basso è fondamentale.

Emanuele: Grazie mille Antonio.

Antonio: Grazie a te.

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Autore: Emanuele Bazzaco